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Le necropoli costituiscono una delle principali fonti di informazione per lo
studio delle società antiche; scavare resti scheletrici umani, tuttavia,
richiede una grossa attenzione e una certa esperienza, considerata la fragilità
delle ossa umane.
Il materiale osseo può presentare, al momento del rinvenimento, un degrado di
maggiore o minore entità, dovuto a diversi fattori: il crollo della struttura
funeraria può portare alla fratturazione dello scheletro; un terreno troppo
acido può causare il degrado della parte minerale od organica delle ossa, mentre
un suolo alcalino ne facilita la conservazione. A compromettere la conservazione
dello scheletro, inoltre, intervengono le infiltrazioni d'acqua, l'umidità
presente all'interno della sepoltura e l'azione degli animali fossori, quali i
roditori.
Sulla base di queste considerazioni, è importante sottolineare che la
conservazione inizia sullo scavo e che qualsiasi recupero o intervento sbagliato
può pregiudicare irreversibilmente il lavoro di ricerca, causando la perdita di
dati.
Nel corso dello scavo di una sepoltura sono necessari una serie di strumenti che
abitualmente non fanno parte della normale dotazione dell'archeologo. Oltre alla
trowel si utilizzano specilli in acciaio per uso dentistico, bisturi dotati di
un'ampia serie di punte, spazzolini e pennelli con setole più o meno lunghe e
rigide, spatole e stecche in legno, forbici o tronchesine per tagliare le
radici.
Molto utile, ma difficilmente disponibile in cantiere, può essere un aspiratore
elettrico, del tipo utilizzato per la manutenzione delle vetrine museali; esso
consente un'aspirazione localizzata e delicata del sedimento smosso, permettendo
di lavorare in un'area sempre pulita.
Per quanto riguarda la strumentazione necessaria ad un primo intervento di
studio, è utile disporre di una tavola osteometrica che consente il rilevamento
della lunghezza delle ossa degli arti e di un calibro per poter eseguire precise
misurazioni.
Per individuare una fossa tombale bisogna innanzitutto notare i visibili
contrasti di colore che differenziano la terra di riempimento della fossa stessa
dallo strato circostante; una volta effettuata questa operazione, si procede
alla messa in pianta quotata e alla documentazione fotografica, prima di
intervenire per esporre lo scheletro o, nel caso in cui esista, la copertura.
Successivamente, la terra di riempimento che ricopre lo scheletro deve essere
rimossa omogeneamente, a straterelli di circa 1 cm. di spessore, avendo cura di
usare la massima delicatezza poiché, in ogni momento, potrebbero comparire resti
ossei o oggetti di corredo. È utile, in questo caso, pulire costantemente, con
un pennello a setole morbide, il tratto di terra smosso. Una volta riportati
alla luce i resti scheletrici si procede, mediante l'uso di bisturi e specilli,
a rimuovere la terra che circonda e ricopre le ossa. Ogni volta che si giunge a
scoprire un oggetto o un frammento, esso deve essere numerato e posizionato in
pianta, definendone l'ubicazione mediante tre coordinate: due orizzontali ed una
verticale. Compiuta questa operazione si prosegue asportando la terra, come
indicato sopra, senza togliere l'oggetto (o frammento). Solamente quando
l'oggetto è stato scoperto completamente, e si è giunti al suo piano di
giacitura, si effettua la documentazione fotografica, dopo di che il pezzo può
essere rimosso.
Nel caso in cui si decida di procedere al prelievo di campioni di osso per
analisi chimiche o molecolari, si consiglia di effettuare l'operazione non
appena esposta l'area interessata e ancor prima di iniziare la pulizia; l'osso,
o un suo frammento, va recuperato indossando guanti e strumenti sterili.
Dopo aver messo in evidenza i resti scheletrici, si effettuano i rilievi fotografici in posizione zenitale e i disegni in scala 1:10 o, nel caso sia necessario documentare dettagli significativi (ad esempio un rapporto non casuale tra un segmento scheletrico e un oggetto di corredo), in scala 1:5 (figg. 1-2). In questa fase è necessario porre particolare attenzione a vari elementi: la posizione del corpo, l'orientamento della testa, la posizione degli arti inferiori e superiori, le ossa presenti e mancanti. Per descrivere queste caratteristiche può essere utile impiegare la scheda antropologica predisposta dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, dove si possono segnare con un tratto di matita le ossa presenti. Una volta terminate le operazioni di esposizione dello scheletro ed effettuati i rilievi grafici e fotografici, si passa ad un'altra fase particolarmente delicata: quella del recupero.

L'osso esposto in tutta la sua estensione va liberato progressivamente dal terreno circostante, sino al completo distacco del substrato. In questa fase è importante non lasciare esposto per troppo tempo lo scheletro all'irraggiamento diretto, in quanto l'eccessiva esposizione alla luce solare provoca la perdita della componente acquosa presente nelle ossa. Quindi, nell'eventualità fosse necessario mantenere lo scheletro esposto qualche giorno in situ, sarà opportuno proteggerlo con temporanee coperture leggere, come i teli trasparenti.
Normalmente, dopo aver compiuto le operazioni di scavo e documentazione della
tomba e dell'inumato/i, si passa al recupero delle ossa; esse devono essere
riposte in casette contenitori, avendo cura di segnare sugli appositi cartellini
di scavo le informazioni sul sito, sull'US, il numero della tomba, la data ecc.
Se la sepoltura è costituita da più individui in connessione anatomica è
consigliabile denominare ciascun individuo con una lettera minuscola successiva
al numero di tomba (es. 1a, 1b, 1c).
Terminata la pulizia della fossa, non resta che eseguire il rilievo
planoaltimetrico della tomba e delle sezioni, inserendo poi il rilievo nella
planimetria quotata dell'intera necropoli e indicando con una piccola freccia
l'orientamento del cranio.
Rosaria Monda