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I reperti vitrei di San Vincenzo al Volturno rappresentano una testimonianza
straordinaria, nel panorama europeo, della produzione vetraria dell'epoca
carolingia.
La capacità del vetro di combinare luce e colore ne ha fatto uno strumento
principe nella decorazione del monastero e la mole impressionante di manufatti
in vetro restituita dallo scavo archeologico testimonia quanto fortemente fosse
percepito questo suo ruolo tanto nelle prime fasi di vita che nel momento di
maggior potere del cenobio vulturnense.
I ritrovamenti di pannelli da finestra, generalmente di forma romboidale, triangolare o trapezoidale, restituiscono l'immagine di ambienti in cui il vetro è diffusamente utilizzato e dimostra come l'uso della luce, filtrata da vetrate spesso variamente colorate, fosse sapientemente gestito mentre la presenza di frammenti di intelaiatura e di numerosi pannelli integri, sebbene, spesso, deformati dal calore, concorre a definire in maniera ancora più puntuale quello che doveva essere l'aspetto materiale delle finestre. Ma l'uso del vetro a scopo decorativo non era limitato alla realizzazione di vetrate: l'utilizzo delle paste vitree, infatti, è largamente diffuso nel monastero sia per la realizzazione di finte gemme che come completamento di oggetti decorativi in marmo, avorio e metallo.
Particolarmente pregevole è l'uso di smaltature realizzate con la tecnica definita cloisonnè su placchette in bronzo o lega di rame. Accanto ai pannelli da finestra, grande rilevanza ha poi l'utilizzo del vetro nella realizzazione di recipienti ed altre suppellettili con tipologie d'uso quotidiano, quali calici, bicchieri e lampade, affiancate da forme più elaborate e spesso finemente decorate che ne attestano la natura di bene di prestigio. Altro aspetto fondamentale della presenza del vetro a San Vincenzo al Volturno è quello relativo alla produzione. Quando, alla fine dell'VIII sec., comincia il periodo di massimo splendore dell'abbazia, nei pressi del cantiere della Basilica di San Vincenzo Maggiore vengono impiantate una serie di officine in grado di rispondere alla richiesta di materiali per la realizzazione e la decorazione del nuovo ed imponente edificio voluto dall'abate Giosuè. Proprio in questa particolare fase della vita del complesso monastico, viene messa in funzione un'officina vetraria che continuò la sua attività, probabilmente, fino all'attacco saraceno dell'881.

La presenza di questa officina ha fatto si che le testimonianze materiali mostrino, accanto al "comune" arredo vitreo del monastero, anche reperti relativi alle varie fasi di lavorazione permettendo di ricostruire l'attività svolta dai vetrai vulturnensi. E' stato, pertanto, possibile attestare, quali fasi del processo produttivo fossero effettivamente svolte a San Vincenzo. Probabilmente, l'officina vetraria non gestiva la fase di combinazione dei componenti della massa vetrosa e accanto ad un riutilizzo di vetro romano sottoposto a nuova fusione(e frequentemente ricolorato tramite l'aggiunta, in fase di fusione,di tessere musive) è ipotizzabile anche una importazione di pani di vetro dal vicino oriente. Il ritrovamento di scorie di fusione e scarti di lavorazione dimostra come tutte le altre fasi della lavorazione, dalla rifusione alla soffiatura fino alla decorazione fossero praticate dagli artigiani di San Vincenzo.
Per quanto riguarda la soffiatura non va dimenticato che l'analisi dei frammenti ha permesso di riconoscere l'utilizzo nella realizzazione dei numerosi pannelli da finestra, accanto alla tecnica più comune dell'epoca, quella cosiddetta "a cilindro", esempi di pannelli lavorati "a corona", manifattura ben più raramente riscontrata in contesti carolingi.
Francesco D'Angelo