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L'area archeologica di San Vincenzo al Volturno ha restituito un gran numero di marmi romani di diversi periodi e diverse tipologie. Si tratta di reperti destinati alla valorizzazione degli edifici religiosi e di rappresentanza del complesso monastico. Durante le ricerche archeologiche sono venuti alla luce, infatti, elementi di gran pregio, sicuramente spoliati da edifici romani di una certa importanza. Lo dimostra il ritrovamento di numerosi capitelli e frammenti di notevole esecuzione tecnica, datati nella maggioranza dei casi ad epoca adrianea e flavia. Anche se meno numerosi, sono presenti anche frammenti di capitelli di I secolo d.C. come il capitello corinzio (fig.1) rinvenuto nell'absidiola nord della Basilica Maggiore, datato ad epoca augustea, la cui decorazione è stata risparmiata solo nella parte destinata a restare visibile nella nuova collocazione. Dalla stessa area proviene anche un altro capitello, del tipo corinzio-asiatico (fig. 2) datato al III secolo d.C., tuttora conservato in situ.

Altra categoria di reperti presenti in numero elevato, sono i fusti di colonne in marmo pregiato (fig.3), tra i quali predominano il cipollino, il pavonazzetto e i graniti. Tra questi ultimi il granito rosso di Assuan (Egitto) certamente si distingueva per eleganza. Secondo quanto narrato nel Chronicon Vulturnense, le colonne provenivano da un edificio capuano non identificato ed erano state riutilizzate per la decorazione della Basilica Maggiore.
Contribuirono alla valorizzazione dell'edificio eretto da Giosuè, anche i fregi vegetali con motivo a girali d'acanto (fig.4), datati ad età giulio-claudia, posizionati nel punto più importante e più in vista della chiesa, l'area absidale; alcuni di essi si trovano intatti ancora in situ.


A San Vincenzo Maggiore, sono state rinvenute anche due urne funerarie strigilate in marmo bianco, una con la tabula ansata, dove non ci sono tracce di iscrizione e l'altra con anse a protome felina. Entrambe erano probabilmente destinate ad accogliere delle reliquie da esporre nella cripta, visibili dall'esterno tramite la fenestella confessionis.
Gli spolia di San Vincenzo Maggiore non sono gli unici portati alla luce in
seguito alle campagne di scavo.
Elementi romani di riutilizzo sono stati trovati anche in altre zone del
complesso.

Il più importante è sicuramente il cratere con raffigurazioni di tiaso dionisiaco di cui si conservano il volto di Bacco di prospetto (fig.5) e quelli di due satiri di profilo; rimangono inoltre frammenti dell'orlo con grappoli d'uva e foglie di vite. Questo vaso abbelliva il giardino a peristilio di gusto tipicamente romano, con colonne scanalate e basi di reimpiego, reminiscenze della villa rustica tardo-antica.
Poco distante dal giardino, nel refettorio, si conserva un pulvino riutilizzato come stipite della porta d'ingresso, caratterizzato da una decorazione a foglie d'alloro, e una lastra riutilazzata come soglia.
L'area delle cucine ha conservato una grande mensa ponderaria a quattro cavità semicircolari con apertura in basso per la misurazione delle derrate.

A sud del refettorio, ancora incassato nel suolo, si trova un rilievo funerario
con iscrizione indicante il nome dei defunti, di cui sono state scalpellate le
teste; tutt'intorno è scolpito un bassorilievo vegetale. Da tutto il complesso
provengono poi delle iscrizioni riutilizzate o come gradino, nella sala dei
Profeti, o come pavimento nella cappella di Santa Restituta.
Infine, degna di interesse è anche un'ara, conservata in gran parte, di cui sono
visibili un frammento di iscrizione "GENIO M...", due bucrani con benda
sacrificale, intervallati da ghirlande di alloro. Completano la decorazione due
rosette, una a quattro petali in bassorilievo l'altra a cinque petali ad
altorilievo. In base al tipo di decorazione, la datazione si può fissare ad
epoca augustea (fig. 6).
Per quanto riguarda la provenienza, la maggioranza di questi marmi, furono
spoliati dai monumenti delle più importanti città romane situate nelle vicinanze
del monastero, in primis Venafro e Isernia. Lo attesterebbero criteri
stilistici. Anche Capua doveva costituire un bacino importante, come
lascerebbero pensare alcuni passi del Chronicon.
Data l'importanza raggiunta dal complesso monastico in epoca carolingia, e la
pregevole fattura di alcuni elementi, non si può escludere la provenienza di
alcuni marmi anche da Roma.
Rita Luongo
Maria Giorleo