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La cittadella monastica di San Vincenzo al Volturno, indagata archeologicamente da circa venti anni, ha consentito attraverso i suoi resti archeobiologici di effettuare uno studio sull'alimentazione dei monaci per le fasi altomedioevali del monastero, prima della sua distruzione ad opera dei Saraceni nell' anno 881. In particolare lo studio dei resti vegetali provenienti dall'area di scavo della cucina, ha permesso di confrontare direttamente i dati archeobotanici con i dati delle fonti scritte ed iconografiche riguardo alle ferree regole alimentari che questi monaci seguivano nel loro cammino spirituale.

L'analisi archeobotanica è stata eseguita sui carporesti (semi e frutti)
recuperati durante lo scavo della cucina del monastero.
All'interno di essa, sono state individuate delle particolari strutture di
cottura e scarico degli alimenti che hanno restituito un'ingente quantità di
materiale archeobotanico.

Dall'analisi quantitativa le unità stratigrafiche più rappresentative per il maggiore numero di resti vegetali presenti, sono quelle dei riempimenti delle canalette (UUSS 2522; 2544) e di un pozzetto (US 2570), direttamente collegati all' alveo del fiume Volturno. Quelle appartenenti ai forni di cottura (UUSS 2505, 2506, 2507).

Il dato quantitativo è stato completato con quello qualitativo identificando
tassonomicamente i resti archeobotanici. Da questa analisi è emersa una presenza
piuttosto rilevante dei vinaccioli di Vitis vinifera (vite; n° resti: 1428),
seguita dal Sambucus ebulus (sambuco; n° resti: 673) e dalla Juglans regia
(noce; n° resti 320) con i suoi numerosi frammenti di gusci.
Anche le leguminose (per un totale di n° resti: 339) sono presenti con la Vicia
faba var. minor (favino), la Lens sp. (lenticchia). I cereali invece, poco
rappresentati numericamente (n° resti: 110) sono presenti con le due varietà di
grano: Triticum dicoccum (farro), Triticum aestivum/durum (grano nudo) e con l'Hordeum
sp. (orzo).

Attestata la presenza di endocarpi di pruni ed Olea europaea (olivo) e
frammenti di guscio di Corylus avellana (nocciola).
La ricerca successiva è stata quella di verificare se ci fosse, nel nostro dato
archeobotanico, una variabilità stagionale. Il grafico esprime in modo
inequivocabile la preponderante presenza dei resti di taxa a maturazione
autunnale rispetto a quella estiva.

In ultima analisi potremmo affermare che i dati archeobotanici confermano a pieno ciò che era dettato dalle regole alimentari monastiche. La dieta fortemente vegetariana era rappresentata dal consumo dei legumi, alimento essenziale per l'apporto proteico in sostituzione della carne in particolare quella rossa. I cereali erano probabilmente destinati alla panificazione.
La frutta di stagione come l'uva, le noci, le nocciole sono ricche di zuccheri e grassi vegetali, anch'essi fondamentali in un regime alimentare poco variabile. In particolare per gli ultimi due taxa, è da considerare non solo l'uso alimentare ma i loro gusci erano poi impiegati nei forni da cucina come combustibile.
Girolamo Fiorentino
Francesco Solinas