Informazioni turistiche | Team | Contatti | Eventi | News

Nell'ambito delle indagini bioarcheologiche effettuate sui materiali
rinvenuti nelle cucine e nelle aree ad esse funzionali del complesso monastico
di San Vincenzo al Volturno, sono stati analizzati i resti di pesce e le rare
conchiglie rinvenute. Lo studio ha permesso di ricostruire non solo aspetti
della dieta monastica in un importante centro alto-medievale ma anche elementi
della cultura alimentare del tempo e dell'ecologia umana della comunità locale
inserita nell'ecosistema del territorio.
Fin da una prima superficiale osservazione del materiale archeozoologico, è
apparso evidente il ruolo importantissimo rivestito dal pesce nella dieta
dell'abbazia: più della metà dei reperti sono, infatti, costituiti da resti di
fauna ittica. Pari importanza, nell'alimentazione, dovevano avere gli uccelli,
dato che la maggior parte dei restanti reperti archeozoologici è riconducibile a
resti di avifauna. Pesci ed uccelli rientravano, d'altra parte, nella dieta
concessa dalla Regola Benedettina ai monaci dell'Ordine.
Di particolare interesse è un'unità stratigrafica, costituita da un deposito
unitario di ossa, rinvenuta in una canaletta di scarico adiacente le cucine.
Tale struttura, realizzata come uno scivolo lastricato di tegoloni che dalle
cucine raggiungeva l'adiacente fiume Volturno, veniva utilizzata per eliminare
gli scarti dei pasti della comunità monastica. Le ossa rinvenute in essa
rappresentano, probabilmente, lo scarico dei resti degli ultimi pasti prima
dell'abbandono della struttura.
La maggior parte dei resti sono ossa di pesce, tra le quali spiccano circa
trecento vertebre e resti cranici attribuibili con certezza ad una ventina di
cefali (Liza sp.) di grandi dimensioni e numerose vertebre e premascellari di
spigola (Dicenthrarcus labrax).
Il ritrovamento di due piccoli esemplari di Pirenella conica, un gasteropode
marino tipico di acque poco profonde e a salinità ridotta, come quelle lagunari,
suggerisce anche l'ambiente in cui tali pesci (assidui frequentatori delle
lagune costiere) furono pescati. Le proprietà del monastero si estendevano,
infatti, fino alla costa.
Il dato archeozoologico conferma quello storico. Il Chronicon vulturnense,
principale fonte per la storia dell'abbazia, riferisce, infatti, che, tra le sue
proprietà, rientravano anche alcune peschiere situate nelle lagune pugliesi di
Siponto e Lesina.

Probabilmente i pesci marini, utilizzati nella raffinata dieta monastica e i
cui resti sono attestati dai reperti analizzati, provenivano dall'area garganica
e, in particolar modo, dalle sue lagune costiere.
L'analisi delle vertebre ha permesso di riconoscere il periodo dell'anno in cui
furono pescati i cefali e le spigole: la fine della stagione calda e l'inizio di
quella fredda, in pieno Autunno.
Tra i resti di fauna marina sono emerse anche due vertebre di selaco
attribuibili ad uno squalo non meglio identificabile e scarsi resti di un pesce
sparide (tipo orata).
Un insieme di quasi mille e cinquecento vertebre e di un centinaio di elementi
cranici, proveniente dal medesimo strato, è da attribuire, invece, a pesci
d'acqua dolce: almeno cinquanta esemplari di tinca (Tinca tinca) di varie
dimensioni.
Le vertebre di tinca mostrano caratteri dai quali è stato possibile capire che
esse furono pescate in acque divenute già fredde. Negli stagni o laghi in cui
vivono le tinche, però, le acque divengono fredde più precocemente rispetto a
quelle marine costiere. Il dato conferma, quindi, la stagione autunnale.
Interessante è notare che la distruzione del monastero, ad opera dei
saraceni, avvenne in pieno Autunno, un periodo che ben coincide con quello in
cui furono pescati i pesci degli ultimi pasti.
Alcuni resti di trota e di barbo, un altro pesce dulciacquicolo, completano il
panorama delle specie di pesce consumate nel corso delle ultime cene dalla
comunità monastica di San Vincenzo.
Dalle altre zone del settore di scavo proviene un minor numero di resti di pesce e, oltre alle specie già citate, si sono riconosciuti resti di anguilla (Anguilla anguilla), di uno sparide non meglio determinabile (orata, mormora, sarago, pagello?) e di tracina (Trachinus drago), nonché numerose placche dermiche e denti cutanei caratteristici della razza chiodata (Raja clavata).
La dieta del monastero, dunque, seppur rigidamente fedele ai dettami della Regola, sfruttava al meglio le lecite risorse acquatiche consumando specie pregiate di pesci marini e dulciacquicoli provenienti anche da zone distanti e ottenuti attraverso tipi di pesca molto diversificati.
Alfredo Carannante