Comune Castel San Vincenzo Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli 

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Bioarcheologia
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La ricostruzione dell'alimentazione dei monaci benedettini nel Medioevo, si basa essenzialmente sulla lettura dei registri degli addetti alle cucine e alle cantine di Monasteri e Abbazie, i quali erano tenuti ad annotare qualsiasi acquisto di merce da parte dell'amministrazione del Monastero, ivi compresi animali domestici e/o selvatici destinati all'allevamento o diretti immediatamente all'alimentazione dei monaci. A tale proposito, la regola di San Benedetto consente l'alimentazione a base di carne bianca, considerata lontana da ogni influenza peccaminosa; si ricordi anche, per una migliore comprensione delle radici bibliche di tale disposizione, l'episodio narrato nel Libro dell'Esodo, allorquando il popolo ebreo, guidato da Mosè lontano dall'Egitto, viene sfamato da Dio nel bel mezzo del deserto del Sìnai con stormi di quaglie cadenti dal cielo, spossate probabilmente dalla lunga migrazione.

Il presente articolo riporta i risultati di un'analisi quali-quantitativa condotta su resti cranici e post-cranici di scheletri di uccelli, datati 860 d.C., e rinvenuti nel retrocucina del Monastero Benedettino di Castel San Vincenzo, e certamente riconducibili a resti di pasto. La scoperta risulta di interesse in quanto si presenta come uno dei pochi rinvenimenti di resti ossei di uccelli all'interno di Monasteri, di cui si può affermare con certezza che fossero resti di pasti di monaci. Per altro, ossa di oche e di polli domestici erano state registrate già nel Monastero di Norton, dai monaci neri di Oxford e i monaci di Leicester Austin (Greene 1992, 151-2; Thawley 1981, 173; Barman 1988, 190-2).

Nel retrocucina del Monastero benedettino di Castel San Vincenzo, sono stati rinvenuti numerosi resti ossei appartenenti a Vertebrati della classe Uccelli. Tra i resti sono ben riconoscibili furcule, avambracci, ossa iliache, frammenti di calotte craniche, sinsacri, becchi. L'esame diagnostico macroscopico di tali resti - di cui il presente lavoro è un resoconto - ha avuto come principale oggetto di studio il becco, dal momento che questo carattere morfologico si presta meglio di altri ad una indagine tassonomica, in quanto è rappresentativo della nicchia ecologica occupata dalla specie di appartenenza, e riflette il tipo di dieta della stessa, che è funzione, in ultima istanza, della sua filogenesi, salvo i casi di convergenza evolutiva. I caratteri generali del becco, come la forma, sono conservativi all'interno di categorie tassonomiche superiori alla specie, come ad esempio gli Ordini. Il becco è, inoltre, la principale "interfaccia funzionale" tra l'uccello ed il suo ambiente di vita, ed è pertanto - per la teoria darwiniana dell'evoluzione per selezione naturale - tra i caratteri fenotipici maggiormente soggetti alla selezione operata dall'ambiente sulla base delle variazioni interindividuali geneticamente determinate. Pertanto, il becco è il carattere che consente una più immediata identificazione, se non a livello di specie, almeno a livello di Ordine. A causa dell'incompleta conservazione dei resti esaminati, non è stato possibile effettuare misure morfometriche attendibili.

Sono stati ritrovati, complessivamente, 22 frammenti di ossa iliache, 25 frammenti di sinsacri, 11 sterni, 33 zeugopodi anteriori (radio-ulna) (16 sinistri; 17 destri), 3 furcule, 10 frammenti di scatole craniche, 28 frammenti di becco, appartenenti a 13 mandibole superiori, e a 15 mandibole inferiori, per un totale di 15 becchi. In totale, si ritiene che i monaci abbiano consumato almeno 17 animali. Dall'esame della forma arcuata dei becchi, delle dimensioni generali delle mandibole superiori, nonché della loro robustezza - presumibilmente atta ad aprire semi dalla cuticola coriacea - si ritiene verosimilmente che i becchi esaminati appartengano a uccelli dell'ordine dei Galliformi, Ordine di uccelli prevalentemente granivori e fitofagi, razzolatori e terricoli, poco abili nel volo. La presenza di un caratteristico incavo sulla mandibola superiore, in corrispondenza dell'apice distale del profilo craniale mandibolare, unitamente alla lunghezza del becco misurata tra l'apice dello stesso e l'articolazione naso-frontale, permettono di affermare che i becchi in questione appartenevano a polli domestici, mentre è da escludere la presenza, tra i suddetti resti, di frammenti di becchi di Quaglia Coturnix coturnix, con i quali i becchi in esame potrebbero essere confusi per la somiglianza morfologica. Infatti, il confronto tra le mandibole superiori intere appartenenti al campione qui analizzato, e i becchi interi di Quaglie tassidermizzate del Museo dell'ex Laboratorio di Zoologia applicato alla Caccia (ora appartenente all'INFS, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica) ha mostrato che, malgrado le somiglianze morfologiche generali, i becchi degli esemplari tassidermizzati sono marcatamente più stretti e corti dei becchi del presente campione, i quali verosimilmente sono anche più piccoli del reale, mancando di ranfoteca (rivestimento corneo del becco).

Pertanto, tra i cibi di cui i monaci si alimentavano bisogna annoverare anche i polli domestici, mentre non si hanno indicazioni circa il consumo di Galliformi selvatici.

Come detto, la carne di uccelli non era proibita dalla regola di San Benedetto, ed era considerata come un cibo legittimo a Monte Cassino almeno dall'800 (Knowles 1963, 458, fn 2). C'è abbondante evidenza, inoltre, di consumo di polli domestici nei monasteri Inglesi a partire dal XIII secolo (Bond, anno di pubblicazione). Concludendo, la presente scoperta circa l'utilizzo di polli domestici per scopi alimentari da parte dei monaci benedettini del Monastero di Castel San Vincenzo nel IX secolo d.C. si inserisce nel quadro delle pietanze già note in letteratura per i monaci medioevali.

 

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