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Le monete

L'epoca di maggior rigoglio dell'abbazia vulturnense corrisponde con uno dei periodi di maggior atrofizzazione della circolazione monetaria in Europa. La riforma del sistema monetario voluta da Carlo Magno alla fine dell'VIII secolo (793 - 794), subito applicata anche all'Italia, sancisce lo stabilimento del cosiddetto sistema del "monometallismo argenteo". Esso prevede la coniazioni di un unico tipo di moneta argentea (il denarius), del peso di g 1,80 circa, corrispondenti a 1/240 del peso della libbra (o lira) d'argento. Scompaiono definitivamente, nelle terre italiche sottoposte al governo dei franchi, le emissioni in oro e in bronzo (queste ultime, d'altra parte, già virtualmente inesistenti nel regno longobardo).

L'Italia rientra quindi in un sistema monetario unificato che abbraccia tutte le terre europee sottoposte al dominio dei franchi; un sistema che permarrà inalterato per diversi secoli, sino al medioevo maturo.

Il ducato-principato di Benevento, che formalmente ricade nell'area d'influenza franca, accetta la riforma carolingia, ma continua anche ad emettere monete in oro (solidi e terzi di solidi o tremisses), che seguivano il sistema ponderale bizantino, e ciò ancora sino al principato di Radelchi (839 - 851).

La riforma di Carlo Magno riduce il circolante ad un solo tipo monetale ad alto valore intrinseco, quindi inutilizzabile per le transazioni minute della vita quotidiana, nell'ambito della quale dovevano da tempo prevalere gli scambi in natura.

Anche da un punto di vista puramente quantitativo, nell'Occidente europeo altomedievale la moneta circolante è sensibilmente rarefatta rispetto non solo ai secoli dell'antichità, ma anche a paragone di quanto accadeva contemporaneamente nei territori arabi e bizantini, dove, ad esempio, si continuò a coniare regolarmente l'oro per tutto il medioevo.

Questo stato di cose dà ragione del perché i ritrovamenti di monete siano normalmente piuttosto scarsi nei contesti archeologici altomedievali dell'Italia e dell'Occidente europeo: la moneta era poca, molto preziosa e raramente capitava che venisse perduta in modo accidentale.

Gli scavi di San Vincenzo al Volturno non costituiscono eccezione all'interno di questo panorama generale. Le monete rinvenute negli scavi databili al periodo compreso fra IX e XI secolo sono poche, anche se tutte le principali coniazioni del periodo carolingio ed ottoniano sono ben rappresentate. Sono infatti stati rinvenuti denarii coniati dal principe di Benevento Sicone (817 - 832), dal principe di Salerno Guaimario (880 - 901), ed una emessa congiuntamente dall'imperatore franco Ludovico II (855 - 875) e del principe di Benevento Adelchi (***). Queste due ultimi pezzi sono particolarmente importanti poiché assai prossimi cronologicamente all'attacco arabo che distrusse l'abbazia nell'881, e perché sono stati rinvenuti in contesti chiaramente riferibili ad un violento incendio che distrusse le strutture ad essi relative.

Passando al successivo periodo ottoniano, sono stati trovati esemplari di denarii emessi a nome di questi imperatori (972 - 1003) e del loro immediato successore, Enrico II (1003 - 1024).

Ritrovamenti monetali significativi sono anche quelli pertinenti le fasi più antiche. Due tremisses aurei emessi a nome, rispettivamente, dell'imperatore bizantino Giustiniano II (685 - 695 e 705 - 711) e del duca di Benvento Liutprando (***) testimoniano della frequentazione dell'area nei primi decenni di vita del monastero.

Particolarmente cospicui, infine, i rinvenimenti di piccolo numerario bronzeo del V e del VI secolo, tra cui un esemplare emesso a nome del re goto Teodato, relativi all'intenso utilizzo a scopi funerari dell'area della c.d. chiesa sud nel corso dell'epoca tardoantica.

Gli esemplari più antichi, che qui non vengono presi in esame, rimontano quindi all'epoca repubblicana e giungono sino all'epoca costantiniana (IV secolo), quando a San Vincenzo, in riva destra del Volturno, doveva esistere un abitato di tipo vicano.

Federico Marazzi

 

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