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La ricchezza materiale e la doviziosa cura con cui dovettero essere scelti i
materiali tesi ad arricchire il complesso monastico, trova una delle più
importanti manifestazioni nella tecnica dell'opus sectile che proprio a San
Vincenzo, in maniera più diffusa e attenta che altrove, fu messa in essere dai
maestri cosmateschi.
Indicatore di diversi aspetti anche economici e sociali, oltre che materiali,
l'utilizzazione delle tessere marmoree per la pavimentazione di edifici
ecclesiastici esprime in modo chiaro il gusto e le decisioni della committenza.
Il ritrovamento in situ di grandi parti di pavimentazione originaria,
rappresenta un fondamentale aiuto per la ricostruzione architettonica ed
ornamentale di alcuni edifici pertinenti al complesso.

Grazie ad una meticolosa archiviazione e al riconoscimento tipologico dei
circa 23000 frammenti marmorei, cui si è arrivati solo dopo aver riletto i dati
di scavo relativi a tutte le campagne che hanno interessato il sito, siamo in
grado di immaginare, a grandi linee, l'originale pavimentazione che attribuiva
agli edifici sanvincenziani un meraviglioso aspetto cromatico.
Un ulteriore ed interessante dato lo si trae a partire dal riconoscimento delle
tessere marmoree, per ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che il riutilizzo
di materiali fu una pratica intensissima qui nel complesso monastico. Le
pratiche di reimpiego di importanti lastre marmoree furono finalizzate alla
coperture pavimentale di buona parte delle strutture che compongono il sito.

Di certo l'area di San Vincenzo Maggiore doveva essere interamente decorata
da crustae geometriche che realizzavano, in modo preciso e con una grande
perizia tecnica, degli incroci e dei disegni mirabili.
Tra le migliaia di frammenti, catalogati e ora conservati nei locali del
laboratorio reperti di Castel San Vincenzo, si riconosce un po' tutto il
caleidoscopio di forme in uso in Italia nel periodo tardoantico/altomedievale.
La scelta di abbinare all'interno di un ordinato disegno geometrico, tessere di
porfido rosso e di giallo antico di Numidia al candore del marmo bianco denota
un gusto e un'intraprendenza costruttiva che, giovandosi anche della ricchezza
dei materiali disponibili, espleta a San Vincenzo il suo massimo tecnicismo.
La gran quantità di forme messe in essere dalle maestranze non esclude nessun
disegno geometrico.

Gli intagliatori assicuravano ad ogni pezzo una misura ed una forma ben precisa
che trovava la sua giusta collocazione nel disegno preparatorio pavimentale
evidente, tra l'altro, nella navata centrale di San Vincenzo Maggiore dove resta
visibile traccia di parte della sinopia che i maestri dovevano stendere prima
della posa delle crustae.
Dal rilievo delle forme preparatorie e dal riconoscimento dei frammenti (molti
dei quali sono integri al 100%) si ricava tutta una serie di figure che
assicuravano agli edifici una sicura armonia cromatica.
Le forme geometriche prevalenti sono quelle triangolari e quadrangolari, ma non
mancano quelle esagonali, pentagonali, circolari, semicircolari, a losanga,
romboidali e a parallelepipedo; varietà più diffuse, ad eccezione dei classici
marmi bianchi e grigi a grana fine o doppia, sono i numerosissimi porfidi (verdi
o rossi), le diverse varietà del giallo antico (brecciato e numidico), dei
graniti (grigio, rosso e della sedia di San Pietro), le numerose portasanta
(quella cosiddetta cerulea e la carnicina le più frequenti), i coloratissimi
pavonazzetti, i severi africani senza escludere il cipollino, l'alabastro, la
breccia corallina, il grechetto, il rosso antico, il verde antico, il nero
antico, lo scritto A e B, il proconnesio e talvolta anche qualche laterizio o
pietra locale forse nel tentativo di sostituire qualche marmo venuto via col
tempo.
Filippo Petti
Gianluca Santangelo