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Il progetto
Il quadro storico
Descrizione del sito
Tipologia del sito archeologico e confronti
Il villaggio fortificato
La ceramica
La valle del Volturno
Ringraziamenti
Il precoce abbandono del sito (nel corso del XV secolo), attraverso dinamiche
ancora tutte da accertare, in favore dei nuovi insediamenti di Sant'Angelo di
Alife e di Raviscanina, pone Rupe Canina di diritto nella categoria dei
cosiddetti "Villages desertées" (Klapisch Zuber 1973).
Le dimensioni del sito, la forte polarità rappresentata dall'impegnativo
investimento operatovi da chi ne ebbe la signoria per la sua difesa militare e,
non ultimo fattore, il suo significativo stato di conservazione inducono
senz'altro a programmarne un'esplorazione archeologica sistematica, collegata ad
un'agenda di interventi di restauro conservativo, che possano restituire ad esso
una chiara leggibilità complessiva, sulla scia di esperienze-guida, quali quella
di Rougiers in Provenza (Demians D'Archimbaud 1982 e 1987) o di Montarrenti e
Rocca San Silvestro in Toscana (Francovich 1991; Francovich - Wickham 1994;
Francovich - Buchanan 1995; Francovich - Hodges 1988).
Al fine di poter correttamente valutare posizionamento, estensione, densità e
condizioni di conservazione dei resti archeologici presenti sul sito, nel mese
di febbraio 2002 l'Amministrazione Comunale di Sant'Angelo d'Alife ha incaricato
l'Istituto Universitario "Suor Orsola Benincasa" di Napoli dell'effettuazione di
una campagna di rilievo con stazione totale del castello di Rupe Canina e del
borgo sottostante.
Le operazioni di rilievo sono state condotte da un'equipe di archeologi
coordinata da chi scrive, sotto la supervisione del personale
tecnico-scientifico e di vigilanza dell'Ufficio Archeologico di Alife (CE) della
Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta.
In fase iniziale le operazioni hanno interessato soltanto le aree libere da
vegetazione, limitando il rilievo topografico al recinto fortificato interno
della rocca, al mastio ed alle strutture residenziali annesse, per poi
estendersi a tutta l'area del villaggio, mano a mano che procedeva lo
sfoltimento della densissima macchia che vi si era andata insediando nel corso
degli ultimi decenni.
Insieme al rilievo topografico dell'area, è stata effettuata una sistematica
documentazione fotografica delle emergenze visibili allo stato attuale di
conservazione, nonché una prima campionatura delle diverse tecniche edilizie
riscontrabili sul sito.
Successivamente al completamento di questa prima operazione, ci si propone di
effettuare due sondaggi di scavo di m 5x5, all'interno dell'area della rocca:
Saggio A: a Sud-Ovest del mastio, in prossimità delle strutture residenziali
che ad esso sono collegate.
Saggio B: a Sud-Est dell'attuale ingresso alla cinta muraria interna.
L'intervento è volto al raggiungimento dei seguenti obiettivi:
Contestualmente, ci si propone di effettuare una ricognizione dettagliata
delle emergenze presenti sia nella rocca sia nel villaggio, al fine di
riconoscere e delimitare le aree in cui, nel corso degli anni '50 e '60 sono
stati effettuati interventi di restauro e ricostruzione, sotto l'egida dell'ing.
Martone, al quale peraltro si devono i primi, importantissimi studi sul sito.
Della documentazione di tali interventi si dovrà anche realizzare un puntuale
censimento, in considerazione sia dell'esigenza in sé di acquisirne tutte le
informazioni relative alle modalità di lavoro seguite dal Martone, sia del fatto
che essa può certamente restituire una serie di dati, attualmente non più
leggibili in loco, sulla morfologia delle strutture nel loro stato di
conservazione anteriormente, ad esempio, al pesante intervento di rimboschimento
effettuato nell'area negli anni '70 (Martone 1981)
Una volta conclusa questa fase preliminare di lavori, si può immaginare un
intervento articolato in due fasi, da articolare come segue nell'arco di quattro
anni (2003-2006):
Fase 1 (due anni): Scavo estensivo e restauro dell'area della rocca (escluso
il mastio); scavo sistematico e restauro di un campione significativo del
villaggio.
Fase 2 (due anni): Ampliamento dello scavo nell'area del villaggio; bonifica
(eliminazione dei crolli e della vegetazione infestante) di tutta l'area del
villaggio e consolidamento di tutte le strutture murarie emergenti, per
consentire la frequentazione di tutto il sito ai visitatori; restauro e
ripristino del maschio della rocca come centro di visita e di studio;
realizzazione di infrastrutture per la visita del sito; definizione delle
modalità di gestione del sito stesso, in quanto parco archeologico.
La fase di intervento attualmente in corso ha un carattere di assoluta
preliminarietà, ed è destinata ad offrire l'inquadramento operativo alle
ulteriori attività di cui si è appena parlato. Gli obbiettivi della
valorizzazione del sito, a scopi sia scientifici sia turistici sono tuttavia ben
chiari e si può dire con assoluta sicurezza che le potenzialità
dell'insediamento di Rupe Canina sono altissime sia sotto il primo sia sotto il
secondo profilo.
Non esiste peraltro, allo stato attuale, nessun progetto organico in corso di
esplorazione archeologica, in tutta l'Italia Meridionale, che abbia per oggetto
l'indagine estensiva di un sito di caratteristiche analoghe a Rupe Canina, che
si candida quindi a rappresentare un case study di promettente rilevanza.
Gli aspetti più concretamente definibili, allo stato attuale delle conoscenze, del percorso di studio del sito, sono i seguenti:
Tutte le informazioni, che questi filoni d'indagine potranno e dovranno produrre, costituiranno naturalmente linfa vitale per comprendere come procedere a valorizzare il sito in maniera tale da catturare l'interesse di chi verrà a visitarlo, ma allo stesso tempo il più rigorosamente possibile aderente alla realtà storica di chi lo ha, nei secoli, costruito e abitato.
Prof. F. Marazzi
Alla fine di aprile del 1139, la morte improvvisa di Rainulfo Drengot, terzo
conte di Alife e Caiazzo (1115-1139), e poi duca di Puglia (1137 - 1139),
metteva fine ad un periodo, di circa dieci anni, in cui il territorio del medio
Volturno era stato attraversato dalla corrente impetuosa degli eventi relativi
alla lotta per l'unificazione del meridione peninsulare alla nuova monarchia
nata in Sicilia nel 1130.
Era stata proprio la personalità veemente e ambiziosa di Rainulfo a determinare
il coinvolgimento in prima linea di Alife e del suo territorio nell'aspra lotta
per il controllo del Mezzogiorno continentale.
Rainulfo discendeva infatti dalla famiglia dei principi di Capua (la più antica
casata normanna pienamente affermatasi in Italia), ma aveva anche sposato una
sorella di Ruggero d'Altavilla, secondo conte di Sicilia. Suo padre, Roberto
Drengot, aveva ereditato la contea a sua volta dal proprio padre, Rainulfo I
Drengot, fratello di Riccardo, principe di Capua. Rainulfo, quindi,
rappresentava in modo esemplare quella nobiltà che con grande difficoltà
riusciva ad accettare l'idea di una sovranità personale sulla propria signoria
dimidiata dall'esistenza di un superiore potere regio. Di fronte, quindi,
all'iniziativa di Ruggiero, Rainulfo è protagonista, negli anni '30 del XII
secolo, una serie di ribellioni che, come sottolineò efficacemente il Norwich,
con calcolati opportunismo ed ambiguità dovevano servire a mantenere il
Mezzogiorno nell'impossibilità di essere governato in modo troppo deciso da un
unico potere, salvo poi scendere anche a trattativa con quest'ultimo, qualora le
condizioni lo imponessero, ma sempre in condizioni tali da poter mantenere forti
margini di autonomia politica e amministrativa.
Nel quadro di questa prospettiva politica devono essere inquadrate le vicende
della signoria, con al centro Alife, della quale Rainulfo II era comes, nonché
la strutturazione del suo territorio e delle sue difese militari, tra le quali
s'inserisce anche il castello di Rupe Canina.
Rupe Canina, evidentemente per la sua posizione strategica a ridosso di Alife e
in posizione geografica superba, in grado di dominare tutta la media valle del
Volturno e di traguardare il mare al di là dei monti Trebulani, occupa un ruolo
di primo piano nelle vicende di questa signoria, che, al momento di massima
estensione, intorno al 1135, si estendeva da Ciorlano (verso Venafro) a Caiazzo
(verso Capua) e a Gioia Sannitica e Faicchio (verso Benevento). L'iniziativa di
Ruggiero II contro il cuore dei possedimenti di Rainulfo II, nel 1135, per
debellarne la ribellione, passa infatti non solo per l'assalto ad Alife, ma
anche per quello a Rupe Canina, che doveva quindi costituire un caposaldo di
importanza cruciale nella resistenza dei Drengot contro l'Altavilla. Questa
centralità strategica del ruolo di Rupe Canina è indirettamente dimostrata dal
fatto che il fratello e principale compagno d'arme di Rainulfo II, Riccardo, era
insignito proprio della signoria di Rupe Canina, titolo che continuerà ad essere
portato dai successori di Riccardo, malgrado il fatto che, dopo la definitiva
sconfitta dei Drengot, nel 1139, Ruggiero II li avesse espropriati dei loro
possedimenti e avesse smembrato lo "stato" alifano, distaccando proprio Alife da
Rupe Canina (che viene attribuita alla contea di Prata Sannita), quasi a
significare, con questa decisione, la volontà di staccare per sempre la
pericolosa simbiosi fra i due centri.
La storia di Rupe Canina non si esaurisce con il concludersi della parabola dei
Drengot. A metà del XII secolo, il Catalogus Baronum testimonia della già
ricordata attribuzione della rocca alla contea di Prata. In età federiciana,
Rupe Canina rientra nella ristretta schiera di fortificazioni già normanne della
Campania settentrionale di cui Federico II fa ripristinare la piena funzionalità
e riorganizzare il presidio militare, avvalendosi della collaborazione dei
Cavalieri Teutonici. Ciò al fine di rafforzare la prima linea di difesa del
Regno verso il confine settentrionale, violato dalle truppe papali nel 1229. Il
XIII secolo, quindi, appare come il momento di pieno sviluppo della fortezza di
Rupe Canina, consolidato nel XIV secolo dalla presenza, come feudatari del
borgo, famiglie fortemente legate alla corte angioina, come i Marzano. La storia
tardomedievale del sito sembra subire una svolta radicale, in senso negativo,
nel secondo quarto del XV secolo, con il saccheggio compiuto dalle milizie
pontificie del cardinale Vitelleschi nel 1437, che erano entrate nel Regno al
fine di sostenere il partito angioino contro le pretese degli Aragonesi. Da quel
momento si sarebbe verificato il progressivo spopolamento del sito di altura, a
vantaggio degli insediamenti di mezza costa, rappresentati dagli odierni abitati
di Sant'Angelo di Alife e di Raviscanina.
Prof. F. Marazzi

Il sito di Rupe Canina (sito a cavallo fra il territorio comunale di Sant'Angelo
di Alife e quello di Raviscanina) si presenta oggi come un caso esemplare e
notevolmente spettacolare di villaggio fortificato dell'epoca tardo-medievale.
L'insediamento è collocato sulla sommità di un colle, a poco più di 500 metri
sul livello del mare, in posizione dominante nell'ambito della Media valle del
Volturno, abbracciandone la visuale dalla confluenza della valle del Lete a nord
sino ad Alife ed oltre verso sud, mentre, verso ovest/nordovest, la vista spazia
libera sino al Tirreno, della cui costa appare il tratto all'altezza di
Mondragone, delimitato dalla mole del monte Massico. Alle spalle della rocca di
Sant'Angelo, verso est, si elevano i contrafforti della catena del Matese, di
cui la stessa altura di Rupe Canina costituisce una delle prime elevazioni.
Esso si presenta con una morfologia ben nota per questo tipo d'insediamenti
nella regione mediterranea occidentale.
Sulla sommità del colle sorge la rocca signorile, delimitata da un poderoso
recinto murario di forma vagamente trapezoidale (lunghezza max m 81 e larghezza
max m 44), che racchiude all'interno una serie di edifici (non tutti
riconoscibili al momento attuale, poiché parzialmente o interamente interrati)
pertinenti alla residenza del signore e dominati da un poderoso maschio
quadrangolare, tutti raggruppati presso l'angolo nordoccidentale del recinto
stesso. A questi edifici si aggiunge, sempre all'interno del recinto, ma
nell'angolo opposto, separato da essi da un'area aperta, una piccola chiesa
mononavata, attualmente dedicata a Santa Lucia, ma che, in base alle fonti
documentarie disponibili, si deve ritenere fosse in origine dedicato alla
Vergine. Questa cappella, oggetto di restauri piuttosto radicali negli anni '60,
serba ancora, nell'abside, i resti di una decorazione pittorica che, secondo
recenti ipotesi, può datarsi alla prima metà del XII secolo. L'abside della
cappella forma, all'esterno, il bastione turrito orientale della cinta della
rocca.
Il mastio della rocca di Rupe Canina, centro del sistema fortificato di tutto il
sito, per la sua particolare identità architettonica, pone, più di ogni altro
elemento oggi visibile nell'area, il problema del collegamento fra i resti
materiali e le concitate vicende storiche che videro in Rainulfo II Drengot e in
suo fratello Andrea gli indiscussi protagonisti, tipici esponenti, come si è
detto, di quella nobiltà normanna, discendente dai primi conquistatori, con cui
il progetto di unificazione monarchica di Ruggero II d'Altavilla dovette
aspramente misurarsi.
Prof. F. Marazzi

La tipologia più caratteristica delle fortificazioni normanne d'Oltralpe, del periodo della conquista, è quella detta a motte-and-bailey. Il castello di terra prevede la costruzione di una collinetta di forma troncoconica, con un diametro oscillante tra i dieci e i cinquanta metri, e un'altezza variabile da un minimo di tre ad un massimo di quindici metri.
C'è da dire che la motta è una struttura completamente sconosciuta dai principi
longobardi dell'Italia meridionale, e che fece la sua prima apparizione nella
penisola con la venuta dei Normanni.
Si tratta della prima forma di abitato fortificato, costituito appunto da un
rilievo artificiale in terra (motta), sovrastato da palizzate e cinto da un
fossato culminante con una costruzione lignea fortificata; il terrapieno è a sua
volta delimitato da un cortile (bassa corte), come lo rappresenta uno dei
documenti più singolari dell'epoca, l'Arazzo di Bayeux (1080 ca.). Sull'arazzo
sono raffigurati i quattro castelli a motta di Dol, Rennes, Dinan e Bayeux,
muniti di ponti in legno che permettevano l'accesso all'interno del castello
superando il dislivello creato dalla collina artificiale. L'esigenza di
costruire un gran numero di castelli nel più breve tempo possibile nacque dalla
disintegrazione delle entità urbane poste in pianura e, quindi, dalla
conseguente creazione di numerose e nuove circoscrizioni territoriali che
bisognava difendere e controllare. La valenza di questo tipo di fortificazione
era molteplice: residenziale e signorile, come dimostrano i ritrovamenti di
numerose suppellettili domestiche. Non di rado, infatti, in seguito a scavi
archeologici sono stati rinvenuti reperti attinenti sia alla vita quotidiana che
alla guerra: frammenti di ceramica da cucina, pedine da gioco, punte di frecce,
quadrelle di balestra o ferri di cavallo, che restituiscono informazioni anche
sul rango sociale e sul genere di vita dei residenti del luogo. Il complesso, al
contempo, possedeva uno spiccato carattere militare, testimoniato
dall'elevazione della piattaforma della motta, dalla profondità dei fossati e
dalla scelta di siti in posizione strategica. Non ci sono dubbi sul fatto che
nel Mezzogiorno questa tipologia sia apparsa in seguito alla conquista normanna,
poco prima della metà del secolo: in un paese dove non mancavano né cime
rocciose né colline facili da fortificare, una tale tipologia di fortilizio non
si spiegherebbe altrimenti, se non con l'importazione da parte di un popolo
assai legato a questa pratica.

In Italia meridionale conosciamo tre esempi che possono risalire ad un tale
impianto fortificato: San Marco Argentano e Scribla in Calabria, Vaccarizza in
Puglia. La costruzione della motta di San Marco Argentano, riportata peraltro da
un cronista sincrono del tempo, è un insediamento tipico della prima fase della
conquista. Edificata da Roberto il Guiscardo, presentava in origine una
palizzata in legno su un rilevato di terreno, a cui fu aggiunta una torre
quadrangolare a due piani alla sua sommità.
Un'altra fortezza di questo tipo è stata individuata nei pressi di Scribla,
nella Val di Crati, nel nord della Calabria. Tale edificio, costruito da Ruggero
II, era costituito da un terrapieno di terra e ciottoli circondato da un
fossato; la recinzione lignea doveva contenere un castello quadrangolare. Lo
scavo archeologico di Vaccarizza ha permesso di stabilire che il castello fu
edificato su una motta artificiale: il terrapieno, alto circa due metri, si
prolunga verso l'esterno su un declivio naturale di circa 10 metri. Circondato
da un fossato culminante probabilmente con una costruzione lignea fortificata,
secondo un modello importato dalla Normandia, è affiancato da una sorta di
cortile fortificato (bassa corte). E' quasi certo che in origine la motta fosse
costituita da una palizzata in legno e che, solo in un secondo momento, sia
stata innalzata una torre in muratura.

Questo particolare tipo di manufatto di legno e terra, sebbene economico e veloce da realizzare, deve essere apparso agli stessi Normanni, ben presto, troppo fragile per resistere ad assalti bellici, ad incendi e alle insidie del tempo: mano a mano che la conquista procedeva e prendeva corpo, i signori normanni iniziarono a costruire dei castelli in pietra. Considerati i pochi scavi archeologici di motte condotti nel meridione d'Italia è difficile fissare la data di questo importante cambiamento tipologico-strutturale della difesa militare normanna.

La costruzione dei castelli in pietra rimpiazzò ben presto le esili strutture
lignee, poiché più difficili all'abbattimento e all'incendio, anche se,
ovviamente, richiedevano manodopera ben più costosa, considerata la
specializzazione diversa che occorreva alle maestranze che estraevano e
lavoravano la pietra, senza calcolare poi l'elevata incidenza dei costi di
trasporto.
Non conosciamo ancora bene la disposizione interna dei castelli in legno della
prima epoca normanna e non sappiamo molto nemmeno di quella dei castelli di
pietra della fine dell'XI e del XII secolo. Quello che però è certo, è che il
dongione normanno era un edificio importato dalla nuova aristocrazia militare
che si era insediata stabilmente nei territori meridionali. La fretta con la
quale i nuovi conquistatori li costruirono fu pari solo alla repulsione che essi
ispirarono alle popolazioni autoctone. L'altezza, variabile, prevedeva
generalmente due o tre piani, organizzati in una o più sale contigue; le
comunicazioni interne avvenivano mediante scale lignee fatte passare per una
botola ricavata nei solai, o mediante scale elicoidali in pietra ricavate nello
spessore delle pareti. Le murature del mastio normanno tendevano a diminuire man
mano che si saliva dal pianterreno ai livelli più alti, ed erano tali da
consentire di ricavarvi, oltre alle scale, anche nicchie di varie dimensioni,
grandi camini, armadi a muro e latrine. Il pianterreno era cieco, per motivi di
sicurezza, e generalmente veniva adibito a deposito di armi e viveri, anche se
all'occasione poteva servire da prigione. Al primo piano era posto l'ingresso,
al quale si accedeva attraverso un ponte retrattile che poggiava su un pilastro
posto a qualche metro dal filo del muro del dongione. Per raggiungere la quota
posta tra il livello del pilastro e il piano di calpestio del terreno venivano
usate delle scale a pioli in legno. Al primo livello era collocata la sala di
rappresentanza, e sopra di questa la camera privata del signore. Nei complessi
signorili più grandi ed attrezzati il primo piano doveva essere suddiviso in più
ambienti, tra cui trovava posto anche una cappella privata. Al secondo e terzo
piano erano situate, invece, la camera dei ragazzi e i locali per la
guarnigione. Le finestre erano realizzate solo nei piani alti, anche se delle
feritoie erano ricavate talvolta anche lungo le pareti del pianterreno. La
copertura era generalmente piana o a due spioventi, come nei castelli del Nord
Europa. Una merlatura sommitale, infine, definiva il profilo del parapetto che
recava all'interno un cammino di ronda. L'approvvigionamento idrico era
assicurato da uno o più pozzi, collegati a cisterne, che raccoglievano l'acqua
pluviale del terrazzamento mediante appositi canali ricavati entro lo spessore
murario. Il mastio, in seguito, venne protetto da una cinta muraria, realizzata
con materiali reperiti in situ, munita, a sua volta, di torrette quadrangolari
di fiancheggiamento, camminamento di ronda, artifizi di difesa come per esempio
bertesche e caditoie, sul modello del castello keep-and-bailey. Un fossato,
costruito per evitare l'avvicinamento delle macchine belliche, correva
parallelamente alla cortina difensiva: esso era sormontato da un ponte levatoio,
per permettere l'ingresso all'interno dell'area fortificata. La superficie
all'interno della cinta ospitava leggeri manufatti lignei per alloggiare la
guarnigione, i numerosi cavalli e le fucine dei fabbri e degli armaioli. Vari
erano poi i depositi e le strutture per l'approvvigionamento alimentare:
cisterne, forni e macine per il grano e le olive.

Le fortificazioni erette durante il periodo della conquista erano numerosissime, data l'eccezionalità della situazione e l'assenza di disposizioni in materia. Probabilmente, solo con Guglielmo duca di Puglia venne stabilita l'obbligatorietà del consenso del feudatario in capite per ogni vassallo che avesse voluto costruire un castello.
Denominata "la grande torre" o "torrione", per distinguerla dalle altre più piccole erette lungo il recinto murario, rappresentava il cuore del complesso fortificato: era ricavata nel punto più protetto e costituiva al contempo la residenza e l'ultimo baluardo in caso di attacco. Quasi del tutto resistente al fuoco, il dongione poteva essere conquistato solo minandone le fondamenta mediante escavazione, o per fame, per pestilenza, o come accadeva spesso, per il tradimento degli occupanti. Ne esistevano due tipologie principali: a pianta rettangolare, o quadrata.
In Europa del Nord, gli esempi di donjons normanni che presentano una tale
tipologia sono individuabili nei grandi torrioni parallelepipedi della Francia
occidentale e dell'Inghilterra, opera di signori che volevano conciliare
necessità residenziali e difensive: in Normandia, tra quelli più conosciuti,
ricordiamo: Doué-la-Fontaine, Falaise, Domfront, Arques, Chambois, Vire, Caen,
il cui modello venne esportato in Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore,
dopo la conquista del 1066, con la costruzione della Torre di Londra e dei
castelli di Rochester, Colchester, Farnham, Castle Rising, Scarborough,
Middleham, Portchester, Peveril, Richmond.
I dongioni normanni e anglonormanni hanno da sempre contribuito alla
comprensione tipologico-strutturale dei loro omologhi castelli mediterranei. Fra
i più importanti masti d'Italia meridionale ancora osservabili in alzato
ricordiamo: in Abruzzo: Introdacqua, Rifattone e Pereto; in Molise: Oratino e
Roccamandolfi; in Campania: il castrum lapidum di Capua, anche se ai piani alti
presenta alcuni rifacimenti federiciani; quelli attestati tra i fiumi Garigliano
e Volturno (la torre di Pandolfo Capodiferro, Caiazzo, Presenzano, Baia-Latina e
Rupe Canina) e nella contea di Fondi (Roccaguglielma, Fondi, Itri e Minturno).
Altri masti normanni molto ben conservati sono: Ariano Irpino, Cervinara,
Girifalco (Torella dei Lombardi) e Casalbore in Irpinia; Tertiveri, Montecorvino,
Panni, Civitate e Torremaggiore in Capitanata; Rutigliano e Molfetta (Torre
Villotta) in Terra di Bari; Craco, Monticchio, Satriano, Genzano e Melfi in
Basilicata; Amendolea, Altomonte (torre Pallotta) e Terranova di Sibari in
Calabria ; i grandi masti siciliani di Adrano, Paternò, Motta Sant'Anastasia,
Caronia e Calathamet.

Da questa breve disamina emergono con chiarezza stringenti assonanze tra i dongioni d'Oltralpe e quelli del Mezzogiorno, tanto da poter affermare con certezza che essi siano stati costruiti secondo una tipologia comune. Una serie di variazioni locali dipenderebbe soltanto dalla disponibilità dei materiali e dal livello di lusso richiesto dalla committenza, nonché dalle contigenti esigenze di sicurezza.
La morfologia del sito di Rupe Canina nel Sannio alifano, restaurato nei primi anni ottanta dal Martone, si presta ad un simile confronto tipologico, in quanto il mastio presenta forma rettangolare parallelepipeda con muri portanti in pietra calcarea che degradano verso l'alto di 15 centimetri. L'articolazione in alzato è suddivisa secondo la logica tipica del tempo: cisterna al pianterreno, alloggi al primo piano. Nella torre di Rupe Canina, a questo livello (+6.50), sorretto da volte in pietra, si accedeva mediante un ponte levatoio ligneo che trovava appoggio su un pilastro in muratura posto a qualche metro di distanza dal mastio. Sopra l'apertura al primo piano, sono state ricostruite le due feritoie che permettevano alle catene collegate agli argani sottostanti di sollevare un ponte levatoio. Altre considerazioni potrebbero essere rivolte all'altezza originaria che con molta probabilità, nel periodo del suo maggior splendore, doveva sfiorare i trenta metri, come appare dal rilevante spessore delle murature e dalle riseghe evidenti ai vari livelli. I piani erano collegati per mezzo di scale a pioli che raggiungevano i solai lignei utilizzando botole interne. La scarpa è certamente un'aggiunta angioina: strutturalmente serviva ad aumentare il grado di difesa alle parti basse e assicurare una maggiore sopraelevazione alla torre normanna.
In conclusione, le testimonianze letterarie e architettoniche sul sito e i confronti tipologici disponibili potrebbero spingere a proporre una datazione del mastio di Rupe Canina all'epoca normanna, ma è evidente che solo un approccio integrato di tipo archeologico allo studio delle stratigrafie degli alzati dell'edificio, in coordinamento con le indagini da effettuare nell'area della fortezza nel suo insieme, potranno conferire al problema contorni più precisi.
Prof. G. Coppola


Nella fascia sottostante alla rocca si distribuisce e si articola la
struttura del villaggio vero e proprio, a sua volta delimitato da un altro
poderoso recinto fortificato.
Il recinto murario che racchiude il villaggio si estende per perimetro di circa
800 metri ed è rinforzato da torri circolari e rettangolari, poste a distanza
l'una dall'altra di circa 100 metri e chiaramente frutto di interventi
effettuati a più riprese fra XIII e XV secolo.
Il villaggio era dotato di almeno due accessi principali, dei quali appare
particolarmente ben conservato ancora oggi quello di nord-est, affiancato da una
delle più imponenti torri del circuito. In alcuni tratti la muratura del
circuito è realizzata, nella parte basamentale, con grandi massi non connessi
fra loro da legante. E' possibile che tali strutture possano essere pertinenti
ad una fase anteriore (preromana?) di fortificazione del colle, riutilizzata nel
periodo medievale.
I resti del villaggio si distribuiscono all'interno di tutta l'area compresa fra
la rocca e la cinta inferiore, ma sono particolarmente cospicui sui versanti
meridionale e occidentale ove, per la migliore insolazione, è probabile che in
assoluto la densità delle costruzioni fosse maggiore.
Gli alzati delle strutture sono spesso conservati per diversi metri dal piano di
campagna. Si può riconoscere con facilità, sul versante meridionale, la chiesa
del villaggio (ecclesia castri) e, nell'angolo sudoccidentale del recinto, si
trova - praticamente integra - una grande cisterna seminterrata. Nella chiesa -
un edificio mononave di circa venti metri di lunghezza per sei di larghezza,
sono inoltre ancora leggibili tracce della decorazione pittorica che doveva un
tempo adornare tutto l'edificio.
Il villaggio sembra, ad un primo sguardo, avere avuto una struttura di tipo
spiraliforme, che si avviluppa progressivamente sulle balze della collina, sino
a raggiungere la sommità dove è edificata la rocca. Questa caratteristica
morfologia planimetrica - comune a molti insediamenti di analoga natura ed epoca
- è comunque, allo stato attuale delle conoscenze sul sito, solamente
ipotizzabile data la problematica visibilità delle strutture parzialmente
nascoste dalla vegetazione e dai crolli.
Le case sono realizzate sfruttando il pendio della collina, sicché i pianterreni
delle costruzioni risultano spesso parzialmente ipogei.
Tutti gli edifici del sito (sia all'interno della rocca che nell'ambito del
sottostante villaggio) sono realizzati con la locale pietra calcarea.
Le fonti storiche, come si è ricordato nel precedente paragrafo, documentano che
il periodo di maggior vigore dell'insediamento di Rupe Canina si colloca fra la
fase di formazione e consolidamento della contea normanna di Alife (fra primo e
secondo quarto del XII secolo) e la metà del XV, quando un sisma determinò
l'abbandono definitivo del sito, che sembra si trovasse però già in una
situazione di accentuato declino demografico. Due elementi archeologicamente
leggibili già ora nell'ambito del sito - la datazione del ciclo di affreschi
nella cappella di Santa Lucia, cui si è già accennato, e l'assenza di
significative ristrutturazioni delle fortificazioni per sostenere la minaccia
delle armi da fuoco, fanno ritenere che la forchetta cronologica che emerge
dall'esame delle fonti storiche possa essere considerata affidabile come
riferimento di partenza per inquadrare la vicenda del villaggio nell'assetto in
cui esso oggi si mostra. Il che non toglie, come si vedrà più avanti, che si
possa ipotizzare una maggiore estensione "verso l'alto" (cioè anteriormente
all'età normanna) della vita del sito. Un ulteriore conferma della plausibilità
di questo arco cronologico è offerta dall'orizzonte dei ritrovamenti ceramici di
superficie.
Le prime indagini sulla ceramica dell'area, risalenti ormai a circa quindici
anni or sono, lasciavano ipotizzare una diversificazione delle forme e,
soprattutto, dei motivi decorativi da quelli della Campania costiera. Solo lo
studio dei recenti scavi effettuati nell'Alifano dalla Soprintendenza
Archeologica di Napoli e Caserta e dall'Istituto Universitario Suor Orsola
Benincasa potrà fornire dati utili sui rapporti commerciali e la consistenza
della cultura materiale di epoca normanno-angioina. Il gran numero di
ritrovamenti di superficie, che ormai interessano molte località del
Sannio-alifano, hanno, comunque, fornito utili conoscenze sulla produzione e
sulla circolazione delle ceramiche medievali del citato territorio. In questa
nota si presenta parte del materiale rinvenuto in Rupecanina, in parte inedito,
avendo ora la possibilità di confronti con il materiale rinvenuto nel
Beneventano, nel Molise e nell'area capuana.
La ceramica acroma è ad impasto beige-rosato con qualche incluso calcareo di
piccole dimensioni. Le forme attestate sono le olle globulari con orlo
lievemente estroflesso oppure con orlo diritto, ingrossato, nastriforme ed un
bacino a tesa larga. Tra i frammenti di anse di anforacei, in genere nastriformi
e con lievi scanalature, si segnala un'ansa a sezione tendente all'ovale con una
decorazione realizzata con puntinature impresse.
La ceramica dipinta in rosso, ad argilla beige-chiaro o rossastra (Munsell 5YR
7/4 o 2.5 YR 7/5), depurata e dura, con evidenti tracce di tornitura visibili
all'interno, è quantitativamente la più importante. Si tratta in genere di
anfore che possono essere di varie dimensioni, con anse impostate sull'orlo od
appena al di sotto di esso e sul punto di massima espansione del corpo. La
decorazione, a fasce sottili, è data da spirali contrapposte, dipinte sulla
spalla, a volte associate a circonferenze lungo il collo. Una decorazione a
spiralina, attraversata da una linea trasversale, è presente su un'ansa che si
attacca direttamente all'orlo. Tale tipo di ceramica è attestata in tutti i siti
di epoca tardomedievale del Sannio-alifano. Si ricordano quelli di Lammia,
località in comune di Benevento, S. Sofia di Benevento, Cerreto Sannita, di
Presenzano e di Venafro. La datazione della ceramica dipinta in rosso, ormai
attestata in gran parte dei siti medievali dell'Italia meridionale e centrale,
sembra potersi basare su alcuni schemi decorativi. Le spirali accostate sono
rinvenute in contesti del XII e del XIII sec. e quasi sempre associate a
ceramica invetriata o smaltata. In ambito campano si ricordano i rinvenimenti di
Napoli, Palazzo Corigliano e S. Aniello a Caponapoli, nonchè quelli di Capaccio.
La ceramica invetriata è largamente attestata in Rupecanina. La monocroma verde
è rappresentata da forme chiuse, in genere ollette con orlo a sezione
triangolare, con collo breve, appena svasato, corpo globulare a pareti sottili,
ad impasto grigio con rivestimento interno color verde-oliva, che trovano
confronto con materiale presente a Napoli-Palazzo Corigliano e nel Molise e
datato alla fine del XII ed inizio del XIII secolo. Tra le forme aperte si
segnala un piatto con tesa ampia.
L'invetriata decorata in bruno manganese si caratterizza per un motivo centrale
su fondo di ciotole con cercine ad anello, con due fori e con umbonatura
centrale. L'argilla è rosa-scuro (Munsell 7,5 YR 8/4) con presenza a volte di
piccoli inclusi grigiastri. Le decorazioni più frequenti sono la spiralina,
unica e centrale, oppure l'asterisco, motivi tipici dell'area campana e
molisana. La spiralina è presente a Napoli nel materiale di S. Lorenzo Maggiore
della fine del XIII sec., a Velia, a Telese ed a Sepino . Anche l'asterisco
centrale è attestato a Napoli. L'analisi petrografia del frammento di ciotola
decorato con spiralina ha messo in evidenza una massa di fondo carbonatica con
gusci di microfauna marina, granuli di rocce sedimentarie (calcarenite), scisti
cristallini e minerali pesanti (epidoti e granato), componenti compatibili con
quelli delle argille locali (il confronto è stato realizzato con un frammento di
anforaceo prodotto da artigiani locali nell'area di Rupecanina negli anni
Sessanta del secolo scorso, ove per oltre un secolo ceramisti di provenienza
cerretese avevano prodotto materiale fittile vario). Per la invetriata decorata
in bruno e verde sotto vetrina giallina ed, a volte, su ingobbio si segnalano
motivi geometrici quali il reticolo in bruno o a colori contrapposti, inseriti
tra circonferenze in bruno, campite in verde, già attestati nel materiale della
fine del XIII sec. di Napoli S. Lorenzo. Frequente sul fondo di coppe è anche il
motivo delle circonferenze concentriche in bruno, con fascia in verde
all'attacco del cavetto, tipico dell'area ed attestato anche in materiale
rinvenuto in superficie nel castello di Presenzano. Si tratta in genere di forme
aperte, ciotole con piede ad anello e parete quasi emisferica, realizzate con
argilla rosa-chiaro, depurata (Munsell 5 YR 8/4). Una classe del tutto
particolare è la decorata a fasce in bruno e rosso sotto vetrina giallina.
Attestata sia con ciotole con piede ad anello che con boccali, si caratterizza
per un impasto color camoscio, tendente al rosa, tenero e granuloso (Munsell 7.5
YR 8/3). Tale tipo di ceramica trova confronti con materiale di Prata Sannita,
di Presenzano, della valle del Liri e di Faicchio, nel Beneventano. Manca
l'associazione con il verde che è sempre presente in area capuana ed a
Terravecchia di Sepino, ove le decorazioni sono più complesse ed inquadrabili
nella cosiddetta "RMR". Motivi decorativi più simili a quelli dell'area matesina,
tra l'altro, si hanno a Montella. Pur ammettendo che la carenza del verde possa
essere dovuto alla frammentarietà dei manufatti ritrovati appare probabile,
comunque, che la decorazione a fasce in rosso e bruno sia una produzione
particolare.
La protomaiolica, infine, presenta uno smalto bianco opaco, ed è realizzata con
argilla rosa-chiaro, depurata, dura. Le ciotole hanno sempre forma emisferica
con piede ad anello o pareti con carenatura alta. La decorazione monocroma in
bruno è presente sul fondo di una piccola ciotola, caratterizzata dal piede ad
anello e dalla umbonatura centrale, con il motivo della croce potenziata, unico
per ora rinvenuto nell'alifano e che trova confronto nell'area campana a Napoli
S. Lorenzo, a Telese, ed a Lammia. Ciotole con parete carenata ed orlo
indistinto presentano il motivo decorativo centrale del fiore a più petali
congiunti, posto tra circonferenze in bruno, che trova confronti, anche se con
varianti, sempre nel materiale napoletano di S. Lorenzo. Interessante è, infine,
una forma chiusa di piccole dimensioni, una piccola brocca con ansa nastriforme
e con corpo globulare, decorata con motivi geometrici a fasce in verde e motivo
centrale in bruno, dato da una serie di segmenti verticali attraversati da una
banda orizzontale.
La ceramica del borgo fortificato di Rupecanina appare, quindi, inquadrabile tra
il XIII ed il XIV secolo. Le decorazioni prevalenti sono quelle più semplici
quali l'asterisco e la spiralina in bruno, il reticolo in bruno od a colori
contrapposti. Decorazioni più complesse, quali volatili fantastici o festonature
periferiche con motivi fitomorfi centrali, in genere si ritrovano in aree
pianeggianti dell'alifano, forse per una committenza del tutto diversa. La
presenza di copertura a smalto in un'area sita a notevole distanza da grandi
centri urbani dimostra, inoltre, che sul finire del XIII sec. la tecnica era
ormai ben diffusa.
Dott. Luigi Di Cosmo
Il villaggio incastellato di Rupe Canina non è certamente l'unico nel suo
genere all'interno del comprensorio territoriale al quale appartiene. Si può
anzi affermare che, tutti i centri abitati dei dintorni presentino in genere la
medesima morfologia, poiché il processo dell'incastellamento ha interessato
estensivamente l'Alto Casertano come la maggior parte delle regioni dell'Italia
centro-meridionale appenninica. Si può anzi giungere ad affermare, senza tema di
smentita, che il paesaggio dell'insediamento storico odierno di questo
territorio sia, per una parte significativa, proprio il prodotto delle scelte
effettuate fra X e XIII secolo, tendenti a privilegiare l'occupazione e la
fortificazione di sommità collinari (a volte già occupate in epoca preromana),
creando forme di controllo territoriale estremamente parcellizzate.
Rupe Canina appare come l'esito, giunto a piena maturazione, di questo processo.
Il villaggio accentrato e murato, dominato dalla grande rocca sommitale, in cui
si trova una residenza signorile che è qualcosa di più di un semplice fortilizio
Esso è il testimone di un'epoca - il tardo medioevo - nella quale la struttura
del potere nel Regno di Napoli era ormai caratterizzata da una presenza
strutturata e potente del baronaggio, che governava il territorio con ampie
prerogative signorili sulle popolazioni.
Rispetto a Rupe Canina, la maggior parte dei centri presenti nel territorio
della valle del Volturno, essendo siti in cui la vita è continuata sino ad oggi,
non consentono però condizioni per una lettura potenzialmente così chiara della
morfologia di un villaggio fortificato bassomedievale. Così, ad esempio, le
strutture castrali vere e proprie, anche se abbandonate in seguito alla
cessazione dei casati aristocratici che li possedevano, presentano morfologie
architettoniche di epoche successive (secoli XV-XVIII) a quelle testimoniate a
Rupe Canina, legate all'irrompere delle armi da fuoco e all'evoluzione dei
castelli in veri e propri palazzi patrizi. Basti, a questo proposito ricordare,
fra i molti, casi emblematici come quello di Pietravairano, di Prata Sannita e
quello di Piedimonte Matese, nella provincia di Caserta, o quelli di Monteroduni,
Macchia d'Isernia e Cerro al Volturno, nella parte molisana della valle. Altri
casi, come quello di Castello del Matese, Gioia Sannitica, Roccapipirozzi e
Roccaravindola, mantengono, ancora ben visibili, strutture castrali
apparentemente coeve a quelle di Rupe Canina, ma il villaggio circostante è
stato profondamente modificato dalla continuità di vita dell'insediamento.
Casi a parte sono quelli degli abitati di Alife e di Venafro, la cui origine
romana, vede lo sviluppo delle strutture relative alle fasi medievali fortemente
condizionate dalle preesistenza di quelle antiche: in primo luogo la cinta
muraria di età tardorepubblicana, che ad Alife sopravvive ancor oggi in maniera
assai consistente. Così, ad esempio, l'imponente castello tardo-medievale (ma
probabilmente impostato su preesistenze di età longobarda e normanna) ivi
esistente si colloca nell'angolo sud-orientale della cinta romana ad affaccio
sul fiume Torano, per sfruttare al massimo le condizioni geo-morfologiche
dell'area.
La situazione del castello di Venafro, rispetto alle mura della città romana,
non è concettualmente dissimile, poiché anche in questo caso il fortilizio
medievale si va a collocare nel luogo più favorevole, che in questo caso
corrisponde alla parte più elevata dell'area urbana antica.
La morfologia del sito di Rupe Canina e le componenti di esso rappresentano,
come già detto in precedenza, una tipologia insediativa ben nota in tutto il
bacino del Mediterraneo centro-occidentale, espressione della fase più matura
del cosiddetto processo di "incastellamento" che portò, fra X e XIII secolo,
alla formazione (soprattutto nelle zone montane) di villaggi accentrati, con un
proprio territorio di pertinenza e sottoposti alla signoria di famiglie
aristocratiche o di potenti enti ecclesiastici o, in alcuni casi, soggetti
direttamente alla giurisdizione del sovrano. Se, nella loro fase iniziale,
questi insediamenti appaiono caratterizzati da dimensioni abbastanza ridotte e
dal predominio di un'edilizia in legno (di cui spesso si colgono scarse tracce
archeologiche), nella fase più tarda (XII-XIII secolo) prevale l'edilizia in
pietra e si sviluppano in modo significativo sia gli apparati di difesa che
quartieri privilegiati, legati alla residenza delle famiglie aristocratiche
dominanti. Nell'Italia Meridionale, il fenomeno dello sviluppo dell'edilizia
castrale e, più in particolare, delle strutture di residenza signorile, è
particolarmente significativo in connessione al processo di forte
feudalizzazione del regno, avviato dai Normanni e portato a compimento da Svevi
e Angioini.
In conseguenza di queste considerazioni, anche nel caso di Rupe Canina non è
assolutamente da escludere che, al di sotto delle strutture assai più imponenti
e monumentali del villaggio bassomedievale possano essere presenti tracce di una
prima fase insediativa, caratterizzata dalla predominanza dell'edilizia in legno
e priva dell'accentuata differenziazione fra area signorile e area abitativa.
Del resto, una sequenza insediativa di questo tipo è stata ben illustrata dallo
scavo di altri insediamenti incastellati indagati estensivamente nell'Italia
centrale (ad es. Scarlino - GR, Montarrenti - SI, Caprignano - RI) ed è stata
anche individuata in almeno due siti dell'alta Valle del Volturno (Colle
Castellano, presso Montaquila e Vacchereccia, presso Rocchetta a Volturno),
indagati negli anni '80 nell'ambito delle prime campagne di scavo e ricognizione
dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno e dei suoi immediati dintorni, che
hanno restituito un orizzonte di vita che nel caso del primo sito prende le
mosse a partire dalla fine del IX/inizi del X secolo, mentre nel secondo sembra
risalire sino all'VIII. Non va peraltro dimenticato che l'esistenza di una
grotta con dedicazione a San Michele, ai piedi della collina di Rupe Canina, il
cui arredamento liturgico interno può farne presupporre un'utilizzazione in età
altomedievale, incoraggia a immaginare una frequentazione organizzata dell'area
già prima del Mille, le cui modalità restano comunque, allo stato attuale, tutte
da mettere a fuoco.
Prof. F. Marazzi
Il progetto di ricerca e valorizzazione di Rupe Canina è promosso dall'Amministrazione Comunale di Sant'Angelo di Alife in convenzione con l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. Al Sindaco, Dott. Salvatore Bucci, un grazie per aver voluto sceglierci per una collaborazione così prestigiosa e per l'entusiasmo con cui sta sostenendo la nostra attività. Un grazie anche all'ing. Diego De Rosa, che sta seguendo con grande tenacia e competenza, per la parte tecnica, la predisposizione del suddetto progetto. Nel corso delle attività sul campo un validissimo aiuto logistico ci è stato offerto dall'Ufficio Tecnico del Comune di Sant'Angelo di Alife, che qui si vuole ringraziare, unitamente alla Comunità Montana del Matese per aver messo a disposizione la manodopera per portare a termine il faticoso disboscamento dell'area del sito. Un ringraziamento al prof. Stefano De Caro, Soprintendente Archeologo alle Province di Napoli e Caserta sino al febbraio di quest'anno, per aver voluto autorizzare il primo intervento di rilievo topografico del sito, nel 2002, e ai responsabili pro tempore dell'Ufficio scavi di Alife, dott. Gianluca Tagliamonte e dott. Francesco Sirano, per aver concretamente incoraggiato il nostro lavoro e per la loro cortesissima disponibilità nel fornire consigli e indispensabili indicazioni operative. Un grazie particolare, infine, ai colleghi Stefano Tilia, Archidio Mariani, Annalisa Gobbi, Luciano Pugliese, Gabriele Raddi e Salvatore Volpe, che hanno effettuato la prima campagna di rilevamento topografico del sito di Rupe Canina, svoltasi nel corso dell'inverno - primavera del 2002 e a Edoardo D'Angelo (Università di Napoli, "Federico II"), Luigi Romolo Cielo (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa), Francesca Sogliani (Istituto di Studi Federiciani, CNR, Castello di Lagopesole), e Rosario Paone (Università di Napoli, "Federico II"), prodighi di consigli e informazioni preziosissime e per le proficue discussioni condotte insieme.