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A poca distanza dal punto in cui le acque del torrente Lete confluiscono in quelle del Volturno, su un piccolo pianoro che digrada dolcemente verso il corso del Lete, nel territorio comunale di Ailano, si leggono i pochi resti superstiti del monastero di Santa Maria in Cingla (fig. 1). Il nome del sito (Cingla/Cegna) deriva proprio dalla posizione del monastero, posto su una cengia che s'incunea tra i corsi dei due fiumi, nei pressi della loro confluenza. Attualmente, questa lingua di terreno è interrotta dal passaggio - immediatamente a valle del monastero - di un canale artificiale, la Forma del Mulino, che sbocca poco più a valle nel tratto finale del Lete.
Il centro monastico, celebre per essere stato il luogo di stesura, nel terzo
quarto del X secolo, di alcuni tra i più antichi documenti recanti formule di
testimonianza riportate in lingua italiana arcaica, si colloca all'interno del
nutrito gruppo di fondazioni sorte nel periodo compreso tra 680 e 770 circa,
nell'ambito del ducato beneventano, in seguito all'adesione al cattolicesimo dei
duchi e della locale aristocrazia.
Rintracciare le esatte origini della fondazione è faccenda che presenta qualche
elemento di incertezza, poiché non tutti affidabili sono i documenti superstiti
che forniscono informazioni al riguardo. Anteriormente al 743, lo schuldahis
Saraceno, dopo aver affrancato i propri schiavi, offre alla chiesa di San
Cassiano sita in loco Cingla, da lui stesso fondata, tutta la sua substantia,
tranne gli schiavi, riservandosene l'usufrutto con la moglie. Un documento,
forse spurio, del 743, indicherebbe che, in quell'anno, il duca Gisulfo II di
Benevento, a richiesta del fidelis Sergio e per le preghiere delle sculdahis
Saraceno, conferma l'offerta di Saraceno e in più pone la chiesa sotto il
controllo di Montecassino. Non è certissima la data del 745, come data di prima
attestazione in vita del monastero: infatti è sicuramente falso un documento di
quell'anno nel quale si dice che una badessa Acertruda riceve in donazione beni
fondiari nelle immediate vicinanze da parte del duca di Benevento, Gisulfo II,
anche se un praeceptum confirmationis dell'ottobre dello stesso anno ricorda che
l'abate Petronace di Montecassino, con l'accordo di Gisulfo II, aveva deciso di
edificare, presso la cella di San Cassiano, fondata da Saraceno, un monastero
femminile dedicato a Santa Maria, alle dipendenze del quale viene posta anche
una cella di Santa Croce. Tuttavia, un documento considerato autentico, del
maggio 747 (un altro praeceptum confirmationis di Gisulfo II), ci rivela che il
monastero esisteva, che era sottoposto a Montecassino, che ospitava una comunità
femminile, alla testa della quale era la badessa Gausani, la quale, con altre
due giovani nobili donne, Pancrituda e Gariperga, dopo una peregrinatio in terra
nostra Beneventana, aveva presumibilmente fondato la comunità. Non può sfuggire
la similitudine tra la vicenda della fondazione di San Vincenzo al Volturno e
quella relativa a Cingla, che sembra costituire una sorta di "declinazione al
femminile" della prima, con la presenza anche qui di un trio di fondatori, che
agiscono evidentemente nell'ambito di un più ampio movimento di diffusione delle
vocazioni monastiche, alla crescita del quale contribuisce decisamente il
sostegno dell'autorità ducale.

La posizione di Cingla risultava particolarmente favorita dal punto di vista
naturale, e quindi economico, dalla presenza dei fiumi Volturno e Lete, ed anche
dalla vicinanza ad alcuni percorsi viari che permettevano il collegamento con i
principali insediamenti dell'alto medioevo. In particolare, esso doveva trovarsi
sulla giunzione tra il percorso che connetteva, attraverso Capriati e Alife, il
Molise (e quindi anche San Vincenzo) con Benevento, e la viabilità in direzione
della via Latina, che poneva lo stesso asse per Benevento in diretto contatto
con Montecassino e quindi, in seconda istanza, con Roma (Fig. 2). La
dislocazione di Cingla si ricollega ad una più generale modalità di
distribuzione delle fondazioni monastiche di VIII secolo, di diretto influsso
ducale o in cui è comunque coinvolta l'autorità ducale, in territorio
nord-beneventano, che privilegia proprio gli assi di collegamento di Benevento e
la parte settentrionale del ducato, nonché le principali valli fluviali di
transito verso il Tirreno e l'Adriatico. Tale sistema di distribuzione può
essere utilmente posto a confronto con quello delle fondazioni monastiche regie
di età tardolongobarda in Italia centro-settentrionale che, come è stato posto
in luce da Gisella Cantino Wataghin, si snoda, fra centri urbani e campagne,
lungo i principali percorsi stradali padani, appenninici e toscani,
evidentemente a formare una rete di punti di riferimento sul territorio, indizio
sia della capacità dei sovrani di "manifestare" la propria presenza sul
territorio, sia di disporre di basi logistiche durante gli spostamenti
all'interno di esso.
I documenti hanno lasciato una ricca testimonianza della vita del cenobio nei
primi secoli della sua esistenza, caratterizzata da un'economia florida,
arricchita da frequenti donazioni, e difesa con fermezza da badesse dal
carattere deciso.

La maggior parte delle notizie in nostro possesso si riferisce a contese
riguardanti la proprietà della terra o la riconferma del monastero sotto la
giurisdizione di Montecassino.
Senza ripercorrere tutti questi momenti che, come si è detto, sono già stati
ampiamente trattati, basterà ricordare solo alcune date fondamentali che possono
fornire indicazioni interessanti per quanto riguarda la storia architettonica
del monumento. Nell'810, il principe Grimoaldo IV di Benevento concede al
monastero l'esonero da ogni census vel datio di escaticum, siliquaticum,
portaticum, vigile civitatis e concede alla badessa o al suo praepositus, la
potestà di giudicare gli schiavi. Nell'839 il principe Siconolfo compie un
importante atto in favore del monastero, che ha come fine quello di compattarne
le pertinenze fondiarie più prossime, vale a dire la concessione dei beni
pubblici che appartengono direttamente o indirettamente al Palazzo e che sono
territorialmente connessi a curtes del monastero. Si tratta di beni tutti
prossimi a Cingla, nelle valli del Lete e del Volturno. Quest'importante
testimonianza ci permette di dedurre due cose: la prima è che, come avviene per
altri monasteri longobardi del beneventano, anche Cingla fonda le sue fortune su
beni provenienti dal publicum, ma che tale tipo di beni era concesso "a pelle di
leopardo", tanto che, quasi un secolo dopo la nascita del monastero, esso non
era ancora in grado di usufruire di terreni ricadenti in questa categoria, siti
negli immediati dintorni; la seconda cosa che emerge - anch'essa in conformità a
quanto avviene per altri enti monastici beneventani - è che i beni del publicum
non vengono ceduti in piena proprietà, bensì concessi in possesso, riservandosi
quindi l'autorità concedente dei diritti su di essi.
Nel 846 il monastero, dopo solo un secolo di vita, viene distrutto da un attacco
saraceno e abbandonato per una decina d'anni. Dopo questo breve periodo la
comunità vi ritorna, probabilmente restaurando le strutture in rovina. E'
attestata da due documenti, nell'883, la presenza sia di una badessa, sia del
preposito dell'abbazia, che agisce in nome e per conto dell'abate di
Montecassino. L'anno prima, un privilegio di papa Giovanni VIII all'abate
Bertario di Montecassino annunziava che, insieme alla casa-madre cassinese,
anche Cingla godeva dell'esenzione da ogni autorità vescovile e che avrebbe
potuto svolgere, anche con le chiese ad essa sottoposte, un ruolo pastorale
pubblico.

Nel 943 è ipotizzata un'altra dubbia incursione saracena, che avrebbe devastato Ailano e nuovamente S. Maria in Cingla. Dopo questa seconda supposta distruzione il monastero in realtà appare ancora attivo negli anni '60 del X secolo, come testimoniano i due placiti teanesi, del 963, che riguardano beni proprio del monastero di Cingla. In questo periodo avviene il trasferimento delle religiose a Capua, in seguito a una sorta di "assorbimento" di Cingla da parte dell'abbazia capuana di Santa Maria delle Monache. Nel 981 infatti si parla del monastero come desolatum. Il trasferimento - parziale o totale - della comunità a Capua, comporta apparentemente anche un allentamento de facto del legame di Montecassino. L'ipotesi del Cielo è che la sottoposizione di Cingla a un monastero capuano rientrasse in un disegno delineato dallo stesso principe di Capua e Benvento, Pandolfo Capodiferro. Il perché di questo potrebbe essere trovato, in via del tutto ipotetica, nella volontà di Pandolfo di essere più presente, attraverso una Cingla "capuana", nella valle del Volturno, nel periodo in cui il riconoscimento a Montecassino e San Vincenzo al Volturno del diritto a incastellare i propri possessi e il dinamismo del gastaldo-conte di Alife potevano rischiare di indebolire troppo il potere centrale sul territorio.
L'allontanamento di Cingla dalla casa madre cassinese si protrae sino a tutto l'XI
secolo. Nel 1074 appare infatti titolata a disporre del patrimonio dell'abbazia
la badessa capuana Urania. Nel 1094 il Conte normanno di Alife e Caiazzo,
Roberto Drengot, restituisce Cingla a Montecassino, sebbene la badessa di Santa
Maria delle Monache, Gemma, che deteneva anche il titolo di Cingla avesse
energicamente protestato contro questa decisione. Solo però fra il 1120 e il
1130 il conte normanno di Alife, Rainulfo II Drengot, intendendo evidentemente
mantenere buoni rapporti con Montecassino, riesce a riportarla definitivamente
sotto l'obbedienza dell'abate Oderisio II, dopo un ulteriore tentativo
dell'abbazia capuana di recuperarne il controllo.
Tuttavia, già nel primo decennio del XII secolo, l'abate cassinese Gerardo si
era impegnato a ricostruire la chiesa, che era a fundamentis di ruens, rendendola
magnificam e speciosissimam; l'edificio fu poi consacrato sotto Pasquale II nel
1114.
Luigi Cielo ritiene che nel 1178, quando l'abate Pietro di Montecassino impegna
le rendite di Cingla per acquistare vesti per i monaci, la storia del cenobio
ailanese si concluda. Effettivamente, ad oggi mancano studi storici specifici
sulle fasi tarde di vita del sito di Cingla, e altrettanto non vi sono precisi
riscontri archeologici sulle fasi più tarde di occupazione del sito, ma
l'assenza di interventi sull'edificio della chiesa abbaziale, attribuibili a
fasi posteriori al secolo XII - come si vedrà nel paragrafo seguente -
permettono di credere che effettivamente l'insediamento benedettino abbia subito
un rapido declino dopo l'epoca normanna.

L'abbazia di Cingla costituisce dunque un esempio importante di monastero di "medie dimensioni", espressione della ondata di fondazioni cenobitiche che vede coinvolti importanti settori della società beneventana dell'VIII secolo, anche grazie all'esplicito sostegno del potere ducale. Il luogo, strategico, della sua localizzazione prossimo alla confluenza tra Lete e Volturno, è indice della perdurante vitalità degli insediamenti di fondovalle durante l'alto medioevo. Il rilancio del nucleo abbaziale, avviato all'inizio del XII secolo da Montecassino, con un investimento non di basso profilo, in termini sia materiali sia ideologici, si caratterizza come un'ulteriore conferma della centralità dello snodo territoriale su cui Cingla si trovava, pur in presenza di un orizzonte insediativo profondamente trasformato dallo sviluppo degli insediamenti d'altura, allora in piena crescita.
Federico Marazzi

La presenza di strutture antiche e soprattutto resti affioranti di materiale
scultoreo architettonico in marmo in località Masseria Cegna, a valle del borgo
di Ailano, provocarono l'interesse dell'allora Sindaco, Enrico Villani,
appassionato di archeologia e Ispettore Onorario della Soprintendenza ai
Monumenti e Scavi, verso quello che egli giustamente riconosceva come il sito
dell'antica abbazia di Santa Maria in Cingla. La rilevanza del monastero, come
luogo-simbolo della nascita della lingua italiana, lo convinse a promuoverne
l'esplorazione archeologica, che si svolse in due riprese, nel 1870 e nel 1903.
In seguito alle indagini furono riportati alla luce cospicui lacerti di muratura
relativi alle pareti perimetrali della chiesa abbaziale, che ne permisero di
definire la pianta come un edificio basilicale a tre navate, senza transetto.
Furono recuperati resti di pavimento in mosaico della basilica, nonché numerose
colonne, capitelli e cornici di epoca romana. Inoltre vennero alla luce alcune
parti di affresco con rappresentazioni figurate che spinsero l'ispettore del
Servizio delle Antichità, Demetrio Salazaro, invitato a dare un'opinione
competente a riguardo, a sostenere che si fosse in presenza di "una scuola
precedente a Cimabue e Giotto".
Gli scavi vennero ripresi nel 1903, ma senza apportare, almeno per quanto
testimoniato, grandi altre scoperte, se non la riemersione degli affreschi
situate "al lato superiore dell'abside in cornu evangelii".
A quel momento risalgono le due planimetrie pubblicate dal Villani, (fig. 3), che rappresentano l'area su cui si estendeva presumibilmente il monastero nel suo complesso e il dettaglio dello scavo della chiesa. Riguardo a quest'ultimo, Villani afferma che, ai suoi tempi, tutto il muro perimetrale nord della chiesa affiorava dal terreno, insieme alla zona terminale, verso l'abside, della navatella sud, che era stata trasformata dal proprietario del terreno in una sorta di cappellina (vedi oltre, par. 3). Le fondazioni dei colonnati dovevano secondo lo studioso essere considerate certe, ma risultavano in quel periodo "ricoperte da pietrame e terriccio", mentre del muro di facciata e della parte del muro perimetrale sud più vicino ad esso si riteneva che si potesse prendere per buona la localizzazione proposta, quantunque non fossero visibili perché coperti dal suolo coltivato. Sulla pianta si riporta inoltre la presenza di rocchi di colonne erratici, ma presumibilmente pertinenti l'originaria struttura dell'edificio.

Da quanto si arguisce dalle notizie riportate dallo studioso ailanese, ambedue
gli interventi di scavo del 1878 e del 1903 ebbero una durata di pochi giorni e
furono concentrati esclusivamente all'interno della chiesa, interessando in
particolare la zona prossima alle absidi, come si deduce da un'indicazione posta
nella suddetta planimetria di dettaglio, consistente in una linea fratta che
percorre trasversalmente la chiesa, più o meno a metà della sua lunghezza, al di
là della quale, in direzione della facciata, si trovavano "massi o rottami di
mura, pietre, sfabbricina [sic!], terriccio". Ciò permette di credere che le
stratigrafie all'interno dell'edificio possano essersi conservate, almeno
parzialmente, intatte.
Lo stato di preservazione del sito e delle strutture che si rinvengono nell'area
(in particolare quelle della chiesa), è andato peggiorando nel corso del XX
secolo, tanto che la pur approssimativa documentazione a suo tempo prodotta
dagli scavi Villani appare oggi preziosa per la ricostruzione dell'estensione
del complesso monastico. Lo stato odierno del luogo, anche rispetto a quanto
documentato da Luigi Cielo alla fine degli anni '80, si è drasticamente
deteriorato. Infatti, pochi anni fa, lo sbancamento effettuato per la
costruzione di un cortile e di una porcilaia ha devastato la parte orientale
della chiesa, compromettendo per sempre la conservazione delle absidi maggiore e
settentrionale.

Negli ultimi anni, anche su sollecitazione di chi scrive, il Comune di Ailano ha rinnovato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta la richiesta di riapporre il vincolo di tutela al sito, che, stabilito agli inizi del XX secolo, dopo gli interventi del Villani, fu inspiegabilmente eliminato negli anni '30. Una seria azione di conoscenza e di salvaguardia di questo giacimento archeologico è stata ripresa a partire dal 2003, quando l'Amministrazione Comunale di Ailano ha incaricato - in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta - l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli di approntare un programma di valutazione preliminare delle condizioni di conservazione delle testimonianze presenti nell'area, con un intervento che ha comportato l'esecuzione di una integrale battuta topografica, dell'analisi delle tecniche esecutive degli alzati d'interesse archeologico superstiti, di una prospezione geofisica e della raccolta e dell'analisi del materiale ceramico affiorante in superficie. I risultati di tali attività, che qui si presentano, sono propedeutici alla definizione di un progetto esecutivo di recupero del sito, da attuarsi nell'alveo delle iniziative previste dal P.I.T. del Parco Regionale del Matese, promosso dalla Regione Campania, che l'Amministrazione Comunale di Ailano sta predisponendo, sempre con la collaborazione dell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, e sotto l'alta sorveglianza delle competenti Soprintendenze.
Federico Marazzi

Ciò che rimane oggi del monastero di S. Maria in Cingla sembra più
assomigliare ad una piccola chiesa a navata unica. In realtà, parte dei resti è
relativa ai lavori di restauro, condotti dal proprietario del terreno nel primo
decennio del XX secolo, allo scopo di ottenere un oratorio privato, che
sfruttava quanto restava della zona absidale della navatella sud della chiesa di
XII secolo (Fig. 4).
Al fine di individuare le principali fasi costruttive e delineare l'entità dei
resti antichi si è proceduto al rilievo delle strutture.
Attraverso l'uso della stazione totale è stato possibile realizzare il
riposizionamento della chiesa rispetto al muro di cinta, in parte oggi
scomparso, la pianta della chiesa e il prospetto del muro settentrionale di essa
che si presenta come il più significativo (fig. 5).
Questi rilievi hanno permesso di praticare una prima lettura delle cortine
murarie secondo i principi della stratigrafia degli alzati e di distinguere
quindi le strutture antiche superstiti, da quelle realizzate all'inizio del
'900.
Come risultava già evidente dagli studi precedenti le murature oggi visibili
sono pertinenti alla navata destra della chiesa originaria.
Si conservano per una buona altezza, parte del muro divisorio tra la navata
centrale e la navata destra (figg. 6-7), parte del muro perimetrale meridionale
della chiesa, e in connessione con esso la cortina interna dell'abside e del
catino (fig. 8). Il resto delle strutture, compreso il muro occidentale sono
interamente di restauro. La cortina esterna dell'abside (fig. 9) sembra
anch'essa essere recente e si tratterebbe quindi o del ripristino della muratura
antica crollata o di una fodera sul luogo di un originario muro rettilineo che
inglobava le tre absidi.
L'angolo nord-occidentale dell'edificio invece, conservato per una buona parte
nel 1903, oggi non è più rintracciabile così come buona parte del muro di cinta
del monastero.
L'analisi degli elevati ha portato al riconoscimento di due fasi di costruzione
antiche che si spera possano essere confermate da indagini più dettagliate.
In particolare, analizzando il prospetto settentrionale dell'edificio (fig. 6),
è possibile individuare una prima fase che riguarda esclusivamente strutture di
fondazione ed una seconda che è costituita da un muro di alzato impostato sulla
fondazione.
Particolarmente interessanti si sono rivelate tre strutture realizzate in grossi
blocchi non rifiniti, in gran parte di marmo, poste a distanza regolare (ca. m
2.75) e approssimativamente alla stessa quota (figg. 10-11).

Tenuto conto di questi due dati e che questi elementi poggiano direttamente su
una fondazione che è visibile direttamente al di sotto (è stata messa allo
scoperto da recenti sbancamenti effettuati nell'area) è possibile ipotizzare che
si tratti delle fondazioni del colonnato e che le tre strutture costituiscano i
basamenti delle colonne.
Il muro che è stato costruito al di sopra, sul quale sono ben visibili alcuni
fori da ponte, è invece ascrivibile alla seconda fase e va chiaramente a
tamponare uno degli intercolumni.
Una prima ipotetica e del tutto preliminare collocazione cronologica delle due
fasi, considerando ciò di cui si è a conoscenza sulla base dei documenti,
porterebbe a considerare la fondazione pertinente alla costruzione originaria
della chiesa e la seconda fase, cioè l'innalzamento del muro, alla ricostruzione
di periodo normanno che infatti avvenne dopo la demolizione dei ruderi alto
medievali.
Per quanto riguarda le tecniche costruttive, non molto si può dire per la prima
fase se non che si serve di pezzi di riutilizzo, provenienti da edifici di epoca
romana in abbandono. Lo testimoniano d'altra parte le numerose colonne e cornici
che come normalmente accade vengono impiegati in edifici di questo periodo.
Della seconda fase invece è possibile trarre qualche conclusione in più poiché
l'alzato è conservato e in cortina sono ben visibili alcuni elementi distintivi
come i materiali e la messa in opera.
Sono stati impiegati blocchetti e bozze di piccole e medie dimensioni (max.
30x20 cm) di pietra calcarea e peperino insieme a laterizi di riutilizzo
allettati in ricorsi tendenzialmente orizzontali. La malta utilizzata è di
consistenza molto tenace, di colore crema, l'inerte sembra essere costituito da
pietra calcarea e contiene frammenti minuti di laterizi. In alcuni punti i
laterizi sono disposti in filari alternati ai blocchetti. La ghiera dell'arco
del catino absidale è realizzata con conci ben tagliati di tufo e calcare, che
creano un deciso effetto cromatico, che attrae immediatamente l'attenzione
dell'osservatore (fig. 12). Negli alzati superstiti non è più visibili alcun
resto della decorazione pittorica che certamente doveva essere presente
all'interno della chiesa e di cui una seppur imprecisa documentazione fu
eseguita in occasione degli scavi Villani.

Ad una prima e sommaria indagine è stato possibile riconoscere, come già
suggerito da Di Cosmo, almeno due tecniche edilizie. Una prima, che trova
confronti nell'area del Lazio meridionale, realizzata in scaglie di pietra
calcarea e qualche laterizio, riconoscibile in alcuni edifici religiosi dell'alifano
databili nell'ambito del XII secolo e, sebbene ancora tutto da verificare, anche
in alcune parti del borgo di Rupecanina a S. Angelo di Alife, e una seconda come
a S. Maria in Cingla, caratterizzata da blocchetti in filari orizzontali e
laterizi come per esempio il campanile di S. Tomeo presso Capriati al Volturno
datato all'inizio del XII secolo.
L'utilizzo di questa stessa tecnica edilizia a S. Maria in Cingla potrebbe
rappresentare un'ulteriore conferma per la datazione della seconda fase che,
d'altra parte, è stata dedotta dai documenti che attestano la ricostruzione
avvenuta sotto Pasquale II.
Per quanto riguarda l'estensione dell'edificio e delle fabbriche annesse,
attualmente non si può dire molto e bisognerà attendere le auspicabili indagini
archeologiche. E' probabile comunque che le dimensioni della chiesa date da
Salazaro nel 1870 (34x20 m) siano leggermente esagerate specialmente per la
lunghezza che risulterebbe sproporzionata rispetto alle dimensioni modeste della
navata destra.
Annalisa Gobbi

L'area di S. Maria in Cingla, pur avendo da sempre attirato l'attenzione degli studiosi per la presenza di materiali attribuibili ad epoca romana o medievale, sinora non era mai stata interessata da uno studio sulla ceramica reperibile. Le ricognizioni di superficie, effettuate nell'ambito di questa prima campagna di ricerca, tendente ad evidenziare le potenzialità del sito dal punto di vista archeologico, ed interessanti l'intera area dell' abbazia sino ai confini naturali, dovuti a sud, sud-ovest da una deviazione del fiume Lete (Forma del Mulino) e, per gli altri lati, dalla confinante viabilità, hanno permesso la raccolta di frammenti di marmi e graniti, di vetro, laterizi vari e ceramica. Sono stati raccolti poco più di 7 Kg. di manufatti fittili, estremamente frammentati per l'azione dei mezzi meccanici agricoli ed attestati prevalentemente nei settori interessanti l'area della chiesa ed il terreno prospiciente. Pochi sono quelli che possono fornire utili indicazioni, ma certamente sono significativi per ampliare le conoscenze sulla valenza del sito dal punto di vista archeologico. La presenza di due di essi, uno di sigillata italica e l'altro di africana, decorato a rotella, confermano l'ampia frequentazione del preesistente insediamento romano, peraltro già noto.
Del materiale medievale acromo si segnalano un frammento di olla da fuoco decorato con linea ondulata incisa con punta larga (n. 1) ed alcune anse nastriformi, pertinenti ad anforacei di media grandezza, che si attaccavano direttamente sull'orlo o leggermente al di sotto dello stesso (nn. 2-3). L'argilla è rossiccia (Munsell 2,5 YR 6/8) con inclusi bianchi, calcarei, o scuri. La classe più rappresentativa sembra essere la dipinta a bande rosse, che spesso presenta anche una decorazione incisa. Il frammento di anfora con ansa che si attacca sull'orlo (n. 4), realizzato con argilla grigiastra (Munsell 5 YR 6/4) contenente piccoli inclusi bianchi, visibili anche in superficie, e decorato a partire dall'orlo con una banda trasversale rosso-scura, a margini irregolari, può essere datato tra il IX ed il X secolo per i confronti con materiale presente a S. Vincenzo al Volturno ed a Capaccio, nella seconda fase del quadrato EEE 19. Anche l'ansa n. 7, nastriforme e di media grandezza, decorata in rosso con una banda larga, verticale, trova confronti con materiale di Capaccio della seconda fase del quadrato FFF 19, datata tra la prima metà del X sec. e la prima dell'XI. Inoltre un frammento molto simile proviene da strati del IX secolo del castello di Montella. I frammenti nn. 5 e 6 presentano un motivo ondulato inciso su cui è presente una banda rossa, descrivente un arco indipendente dall'andamento dell'incisione. L'argilla di questi frammenti è rossiccia, tendente al grigio e presenta piccoli inclusi bianchi, visibili anche in superficie, e qualche vacuolo d'aria. Le linee ondulate, incise, su cui si sovrappone la decorazione in rosso sono attestate sulla ceramica rinvenuta a S. Sofia di Benevento in strati databili tra VIII e XI secolo, nel Salernitano, ove tale materiale sembra essere di poco successivo, se non contemporaneo, alla graffita-dipinta ed inquadrabile prevalentemente a partire dal IX, e nell'area di S. Vincenzo al Volturno, ove l'associazione tra linee orizzontali e archi dipinti è datata alla fine del X ed inizio XI secolo.

Per la invetriata, oltre alla presenza di piccoli frammenti con rivestimento con vetrina verde-oliva, distribuita, in genere, sulle pareti interne di forme chiuse, sono attestati due frammenti decorati in policromia "RMR" (nn. 9, 10), uno in bruno (n. 11) ed una fuseruola, quest'ultima ricoperta di vetrina giallina con sfumature verdi (n. 8). Il frammento di brocca o boccale (n. 9), ad argilla rosa chiaro (Munsell 5 YR 7/4), caratterizzato dall'ornato sotto vetrina, disposto in uno schema a fascia, che descrive linee festonate in bruno entro bande verdi e rosse, delimitate dal bruno, trova confronti nell'ambito napoletano con il materiale di S. Lorenzo Maggiore e con materiale rinvenuto nel Molise. Anche a Terravecchia di Sepino tra il notevole materiale del tipo convenzionalmente noto come " RMR" sono attestate su forme aperte fasce alternate di rosso e bruno e linee ondulate. Inoltre, il frammento di boccale a parete tronco-conica (n. 10), realizzato con argilla rosa-chiaro (Munsell 7,5 YR 7/4), doveva avere con molte probabilità un motivo decorativo in bruno, rosso e verde sotto vetrina. Forma simile è presente in località Mennella di Filignano, nel Molise, ed a Napoli S. Lorenzo, ove sono note decorazioni con fascia in rosso nella parte inferiore di boccali, assimilabile a quella del nostro caso. Il n. 11, infine, presenta una decorazione a riquadrature in bruno, tipiche per realizzare settori in cui inserire motivi decorativi policromi, realizzati su ingobbio e sotto vetrina.
La policromia in rosso, bruno e verde, pur essendo utilizzata per un lungo periodo, che va dal XIII al XV sec., nel caso di S. Maria in Cingla ci sembra strettamente confrontabile, per quanto su evidenziato, con motivi decorativi presenti in contesti della fine del XIII ed inizio XIV secolo. Nella valle del medio Volturno, tra l'altro, sono attestaste decorazioni in rosso e bruno anche in siti viciniori, come Presenzano, Rupecanina, in S. Angelo d'Alife, e Prata Sannita, ed ancora non è chiaro se la carenza della policromia con il verde è dovuta alla frammentarietà del materiale rinvenuto o ad una produzione specifica, ipotesi quest'ultima più probabile, visto il numero elevato di decori in bicromia. A tale periodo, inoltre, potrebbe essere ascritta la fuseruola invetriata (n. 8) per la forma confrontabile con una rinvenuta a Rocca S. Felice (AV). L'associazione della decorazione a bande rosse con linee incise, ben presente a S. Maria in Cingla, infine, è da ritenersi piuttosto rara nei materiali di superficie provenienti dai citati siti viciniori, oggetto di incastellamento ben oltre il Mille, essendo stata rinvenuta per ora in un solo caso, a Presenzano.
Luigi di Cosmo
Gli interventi sin qui eseguiti e descritti in queste pagine forniscono un
primo quadro d'insieme di un certo interesse, che si delinea assai promettente
per il prosieguo delle indagini programmate per il prossimo futuro nell'area.
Innanzitutto, la rilevazione topografica dell'area ha permesso di verificare
l'attendibilità sostanziale dei rilievi effettuati più di cento anni fa dal
Salazaro e dal Villani, in occasione degli interventi esplorativi nella chiesa
che essi promossero. Tale dato è stato ulteriormente confermato dalla
prospezione geofisica nell'area "orto", che ha accertato che le strutture
riferibili alla parte frontale dell'edificio ecclesiastico sono ancora
sussistenti.
Questi dati, insieme all'osservazione degli alzati superstiti e al confronto con
la documentazione di Villani e Cielo, consentono di ribadire la somiglianza
dell'edificio con altre chiese coeve presenti nel territorio della Campania
settentrionale, con analoga struttura a tre navate ed altrettante absidi poco
sporgenti, e senza transetto. Tra esse, le abbaziali - anch'esse dipendenza
cassinesi - di sant'Angelo in Formis, presso Capua, datata al tempo dell'abate
Desiderio, di san Benedetto a Capua e di San Benedetto a Teano e della chiesa di
San Martino a Montecassino. Ma non si possono dimenticare gli ulteriori
confronti con il San Pietro ad montes di Caserta e l'episcopio di Ventaroli,
anch'essi ricadenti nell'arco temporale compreso fra il terzo quarto dell'XI
secolo ed il primo del XII. Tutto ciò ben s'inquadra entro quanto riferito dalle
fonti scritte riguardo gli interventi di rilancio del cenobio nel corso dei
primi decenni del XII secolo, da parte dell'abate Oderisio di Montecassino.
Stando alla pianta del Villani, la terminazione tripartita del coro non sarebbe
forse stata visibile dall'esterno (o non lo sarebbe stata interamente), in virtù
della presenza di un muro tangente le absidi della chiesa, posto a 90° rispetto
all'asse di quest'ultima. Nell'area campana e nell'ambito della cosiddetta
"famiglia cassinese" del tardo XI e degli inizi del XII secolo, questa soluzione
appare adottata solo nel San Menna di Sant'Agata dei Goti, consacrato da
Pasquale II nel 1110.
Interessante è il particolare, pure segnalato dalla pianta della chiesa redatta
dal Villani, della presenza di due muretti trasversali che, sporgendo dai
colonnati entro la navata centrale, all'incirca a metà della stessa (ma
leggermente più verso le absidi), sembrano creare una sorta di recinto
presbiteriale. È interessante notare che un analogo apprestamento appare
predisposto all'interno della basilica maior di San Vincenzo al Volturno, in
concomitanza con i rifacimenti del pavimento marmoreo, grosso modo a metà dell'XI
secolo, come pure nel rifacimento desideriano dell'abbaziale di Montecassino.
Dalla prospezione in tale area è apparso altresì che, a settentrione
dell'edificio basilicale, in prossimità della facciata dell'edificio stesso,
sono presenti strutture riferibili ad un'altra costruzione disposta lungo gli
stessi allineamenti della chiesa, ma disgiunta da quest'ultima. Non è
impossibile che le strutture in questione potessero far parte delle fabbriche
claustrali, anche se la loro collocazione sul lato settentrionale della chiesa
deve far considerare la cosa con una certa prudenza, e non si può escludere che
la loro funzione possa essere stata diversa. Esse comunque si collocano in
quello spazio a settentrione della basilica che, come è stato posto in evidenza
dal rilievo topografico, ricade entro una sorta di terrapieno che sembra essere
stato appositamente predisposto per accogliere delle costruzioni che in qualche
modo dominassero sullo spazio circostante e si rendessero immediatamente
visibili a coloro che giungevano al monastero provenendo dalla via Latina. Le
risultanze della prospezione geofisica nelle aree retrostanti la chiesa non
permettono di azzardare ipotesi sull'organizzazione architettonica di quegli
spazi, a causa dei notevoli disturbi che le sistemazioni delle pavimentazioni
moderne hanno causato allo strumento. La raccolta ceramica di superficie
tuttavia permette di aggiungere che, apparentemente, le aree retrostanti la zona
absidale della chiesa siano caratterizzate da una densità di affioramento minore
rispetto alle aree a sud della chiesa e a settentrione della stessa, sia nella
zona ricadente entro il muro di terrapieno poc'anzi ricordato, sia nel campo
sottostante, ma qui con densità decrescente, mano a mano che dal terrapieno ci
si allontana in direzione dell'attuale strada provinciale Ailano-Vairano
Patenora.
Il range cronologico delle produzioni ceramiche attestate è quanto mai vasto,
coprendo un arco che dai primi secoli d.C. giunge sino alla fine del medioevo.
Tuttavia, la presenza preponderante della ceramica dipinta a bande rosse, nelle
forme e nei decori che prevalgono tra IX e XI secolo suggerisce una rilevanza
delle fasi insediative che apparentemente dovrebbero essere state oscurate dalle
ristrutturazioni volute dagli abati cassinesi all'inizio del XII secolo, e di
cui la chiesa attualmente visibile sarebbe stata elemento di spicco. Si potrebbe
con cautela ipotizzare che l'ultima ricostruzione del monastero non abbia
interessato l'intera estensione del complesso claustrale, visto che l'entità
numerica della comunità sembra essersi drasticamente ridotta con il definitivo
passaggio a Montecassino.
Gli interventi di esplorazione archeologica previsti per il prossimo futuro si
dovranno obbligatoriamente concentrare sulle strutture della chiesa abbaziale,
al fine di verificare le condizioni di conservazione dell'edificio e dei suoi
elementi decorativi e provvedere al loro eventuale restauro. Questa necessaria
priorità non impedirà però di effettuare tentativi di verifica della
tracciabilità delle fasi costruttive anteriori a quella di epoca normanna e di
aprire anche sondaggi nell'area immediatamente a settentrione della facciata,
per esporre le strutture identificate dalla prospezione geofisica.
Ulteriori interventi d'indagine sul campo dovranno necessariamente affrontare il
problema della zona a meridione della chiesa, dove è assai probabile si
concentrasse il grosso dell'insediamento monastico.
Come si diceva in precedenza, l'esplorazione di questo insediamento monastico
potrà costituire un raffronto significativo con i risultati emersi negli ultimi
due decenni a San Vincenzo al Volturno. Soprattutto, preme comparare la dinamica
evolutiva dell'organizzazione architettonica dei due siti tra epoca carolingia
ed epoca normanna e
la connessa trasformazione degli orizzonti della cultura artistica e materiale.
Federico Marazzi