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Progetti di ricerca

Frammenti pittorici da San Vincenzo al Volturno: La teoria degli abati

Fig. 1: Abate 2
Fig. 1: Abate 2

La "Teoria di abati" di San Vincenzo al Volturno rappresenta uno dei risultati più interessanti dell'articolato lavoro di ricomposizione di frammenti di intonaco dipinto realizzato negli ultimi anni presso il laboratorio per lo studio e la ricomposizione degli affreschi di San Vincenzo al Volturno.

 

Il lavoro di ricerca

Le metodologie ricompositive adottate per l'enorme quantità di materiale recuperato durante le campagne di scavo 2001/2002, svolte in alcuni settori specifici individuati nei pressi del San Vincenzo Maggiore, hanno portato con successo alla restituzione di vari brani pittorici, tra i quali un posto particolare spetta alla teoria di abati ritratti a mezzo busto.
Il passaggio dei frammenti dallo scavo al laboratorio si è svolto attraverso tre fasi fondamentali, seguendo una prassi filologica e operativa elaborata ad hoc dal laboratorio stesso: il recupero, l'analisi e la ricomposizione dei frammenti.

Fig. 2: Abate 3
Fig. 2: Abate 3

Nato, dapprima, come progetto di ricerca per l'analisi e l'applicazione dei metodi di ricomposizione sperimentati in laboratorio, il lavoro che riguarda la teoria degli abati diviene operativo all'interno del programma di studio elaborato per una tesi di laurea.
Si è trattato di un lungo lavoro applicativo, associato a un approfondito studio storico-artistico che ha permesso di approdare a un'ipotesi di datazione come risultato conclusivo di una serie di importanti attività preliminari: il completamento delle varie fasi del recupero archeologico, la ricomposizione delle singole unità condotta sulla base della catalogazione informatizzata e della documentazione fotografica dei reperti e il confronto con i risultati delle analisi chimico-fisiche che hanno consentito il riconoscimento dei materiali, dei pigmenti e dei supporti.

 



La teoria degli abati

Fig. 3: Abate 6
Fig. 3: Abate 6

Tale "Teoria" - ottenuta dal riassemblaggio di 264 unità di piccole, medie e grandi dimensioni, estratte meticolosamente da una mole di materiale che contava esattamente 41.490 frammenti - è costituita da una sequenza di ben undici ritratti di abati (figg. 1-2-3). Ciascuna immagine presenta un'iconografia stereotipata, caratterizzata da una rigida frontalità della postura, grandi occhi fissi e nasi camusi. Pochi elementi concorrono alla differenziazione delle fisionomie: l'abbigliamento delle figure, differenziato in "rosso" per alcune e in "bruno" per altre, risponde esattamente a quanto previsto dalla Regula Benedicti in fatto di decoro e sobrietà, la presenza del baculo e dell'evangelario, poi, evidenziano l'appartenenza dei personaggi ritratti alle alte sfere degli ordini ecclesiastici.
Potremmo ritenere, a questo punto, che la ricomposta "Teoria di abati" rappresenti un'ulteriore e importante avanzamento nell'ambito dello studio del repertorio pittorico di San Vincenzo al Volturno. Databile, presumibilmente, alla prima metà dell'XI secolo, ovvero agli anni dell'abbaziato di Ilario (1011-1043), quest'opera si pone a diretto confronto con i più eloquenti esempi di pittura monastica altomedievale legati al medesimo tema iconografico. A quest'ambito riportano certamente le teorie di abati realizzate a Capua, nella chiesa di San Benedetto e nella basilica di Sant'Angelo in Formis, intorno ai primi anni del XII secolo, pei i quali, dunque, l'opera di San Vincenzo potrebbe aver costituito il modello ispiratore.

Simona Barberio

 

 

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