Comune Castel San Vincenzo Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli 

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Progetti di ricerca

Cinque Chiese Medievali tra Molise e Campania.
Un'indagine conoscitiva preliminare

Introduzione

Nel quadro delle attività di ricerca che l'Università Suor Orsola Benincasa svolge ormai da anni, in alcuni importanti siti archeologici di epoca medievale della media e alta Valle del Volturno (le abbazie di San Vincenzo al Volturno e di Santa Maria in Cingla e il castello di Rupe Canina), si colloca anche un più capillare lavoro di ricognizione territoriale di questo importante comprensorio, che, fra alto e pieno medioevo (VIII - XII secolo), si trovava suddiviso, dal punto di vista ecclesiastico, tra le giurisdizioni vescovili di Alife e Venafro e quella dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno. È però soprattutto il contesto del tratto iniziale della valle, ai piedi della catena delle Mainarde, cuore della terra monastica vulturnense, ad essere stato oggetto di specifiche ricerche.

Le ricognizioni territoriali in corso - alcune delle quali svolte nell'ambito di tesi di laurea degli insegnamenti di archeologia medievale e storia degli insediamenti tardoantichi e medievali - hanno, infatti, portato alla scoperta dei resti di alcuni edifici ecclesiastici, pertinenti il periodo di cui ci si sta occupando.
Il lavoro di riscontro con le fonti scritte ha permesso quasi sempre di proporre un'identificazione ai monumenti in questione, rendendo quindi significativo il loro rinvenimento anche sotto il profilo storico.

Fig. 1: Localizzazione geografica delle chiese
Fig. 1: Localizzazione geografica delle chiese:
1. Monastero di Jumento Albo (Civitanova del Sannio - IS)
2. Santa Maria di Corneta (Castel San Vincenzo - IS)
3. San Barbato (Roccaravindola - IS)
4. San Nazario (Roccapipirozzi, fraz. di Sesto Campano - IS)
5. Chiesa “anonima” di Raviscanina (Raviscanina - CE)

Gli edifici che qui si presentano sono cinque: Santa Maria di Corneta, in comune di Castel San Vincenzo; San Barbato, in comune di Montaquila (presso la frazione di Roccaravindola); San Nazario, in Comune di Sesto Campano (presso la frazione di Roccapipirozzi); una chiesa anonima - forse dedicata al Salvatore - in comune di Raviscanina; ed infine la chiesa di San Benedetto de Iumento Albo, in comune di Civitanova del Sannio (Fig. 1).
Tranne la chiesa di Raviscanina, tutte le altre ricadono nel territorio dell'attuale provincia di Isernia; e tranne la chiesa di Civitanova del Sannio, tutte (compresa la chiesa di Raviscanina), si trovano all'interno della valle del Volturno. Quella di Civitanova è anche l'unica chiesa ad essere in precedenza già stata oggetto di un breve studio di carattere storico-architettonico.

Il fil rouge che collega tra loro questi edifici è innanzitutto di ordine cronologico: le analisi formali delle strutture e le evidenze documentarie permettono di collocarne l'esistenza nel quadro dei secoli centrali del medioevo. Ma vi è un livello di collegamento più profondo, che è da riconoscere nella comune appartenenza di questi edifici all'ambito monastico, sia per l'essere stati in alcuni casi essi stessi il centro di piccoli nuclei monastici (nel caso di San Nazario a Roccapipirozzi e di San Benedetto a Civitanova del Sannio), sia per l'aver fatto parte, almeno in alcune fasi della loro vita, al patrimonio di enti monastici, come è certo per la chiesa di San Barbato e per quella di Raviscanina (pertinenze di Montecassino), e come è assai plausibile per quella di Castel San Vincenzo (probabilmente gravitante nell'orbita del monastero benedettino stesso). Questi edifici si trovano a ricadere, dal punto di vista territoriale, in aree liminari rispetto a grandi blocchi proprietari ecclesiastici (quelli che ruotano intorno a Montecassino e San Vincenzo al Volturno), che, nel corso dei secoli, vedono innescarsi dinamiche di espansione e regressione delle loro pertinenze, mutano natura ed obbiettivi del loro agire e talora agiscono in competizione, quando non in conflitto tra loro e con gli altri poteri territoriali.

I casi che qui si prendono in esame sembrano proporre uno spaccato non insignificante di questa varietà. Da un lato abbiamo il monastero di Iumento Albo, che è una fondazione dell'alta aristocrazia "longobarda"; dall'altro quello di San Nazario, che è invece una fondazione voluta da un monaco venafrano, apparentemente di non cospicua estrazione sociale. La chiesa di San Barbato, di cui non conosciamo esattamente l'origine, è certamente controllata dal potere comitale venafrano alla fine dell'XI secolo, per poi conoscere alterne vicende sotto il controllo di Montecassino e del vescovo di Venafro; la chiesa di Raviscanina, infine, è ipotizzabile che abbia avuto anch'essa un'antica origine privata, per poi entrare nel patrimonio di Santa Maria in Cingla, a sua volta dipendenza di Montecassino. Assolutamente nulla si può dire invece, allo stato attuale, sulle origini della cappella di Santa Maria di Corneta, a Castel San Vincenzo.

La diversità delle vicende e dello status giuridico delle cinque chiese, è specchio della complessità strutturale dei patrimoni dei grandi enti monastici altomedievali, e riflette anche le sfaccettature dei rapporti concreti che, attraverso di essi, si sviluppano sul territorio, fra esercizio di diritti proprietari di natura allodiale e possesso di beni di origine pubblica, rivendicazioni di prerogative signorili e gestione di rapporti di tipo feudo-vassallatico, ed infine, esercizio di diverse forme di giurisdizione ecclesiastica.

Federico Marazzi

 

1) La chiesa e il monastero di San Benedetto de Iumento Albo a Civitanova del Sannio (CB).
Profilo storico.

La fondazione del monastero benedettino di San Benedetto de Iumento Albo, avviene agli inizi dell'XI secolo, come risultato sia di un impulso prettamente religioso che delle strategie politico-territoriali della nobiltà locale.
La storia inizia nel 1002, con l'intervento del conte Berardo e di sua moglie Gemma, che donano all'abate Pietro una chiesa dedicata a San Benedetto sita intra fines Banioli (l'odierna Bagnoli del Trigno) in loco qui vocatur Molendini Vetulus. Questo documento ci dice che la chiesa era già esistente quindi permette di porre la fondazione dell'edificio almeno nel X secolo. Nel 1020, l'abate Pietro cede ad Atenolfo abate di Montecassino, alcuni beni in loro possesso, tra cui il monastero di San Benedetto, prossimo al castrum Vaniolum, nel luogo detto Molino Vetulo.

Il documento del 1020 riporta anche una carta in cui si colgono bene i confini delle pertinenze del monastero che interessano una zona (oggi a cavallo tra le province di Isernia e Campobasso) delimitata dal Trigno a nord, dalla catena della Montagnola di Frosolone ad ovest e dal torrente Freselona, tributario del Trigno, ad est.

La presa in carico del monastero da parte di Montecassino garantisce la presenza di una comunità autonoma, retta da un abate. Dopo Pietro, altri abati sono attestati, dalla fine del XII secolo sino al XVI, sebbene dalla metà almeno del XV tale comunità non esistesse più, ed il monastero fosse concesso in commenda come pura rendita. Nelle pertinenze di Montecassino il monastero è attestato dalla bolla di papa Vittore II, del 1057, nelle porte di bronzo di età desideriana, e quindi alla fine dell'XI secolo; infine, si ha una ulteriore menzione nel diploma di Lotario III del 1137, in cui il monastero è citato in associazione a due altre chiese, una dedicata alla Croce ed una a S. Lucia.

Federico Marazzi

 

1.2 - Analisi dei resti visibili in superficie.

La collina ove sorgeva il complesso abbaziale è raggiungibile da sentieri che si dipartono dalla strada comunale, che collega Civitanova a Frosolone e da una strada interpoderale che conduce a Duronia.
La chiesa sorgeva in cima ad un dolce pendio, su una superficie quasi pianeggiante e digradante verso ovest. Dal pianoro sono ben visibili l'Alta valle del Trigno, il centro di Duronia e il tratturo Castel di Sangro - Lucera. Quest'ultimo era collegato alla via Iserniense, che invece correva lungo il fiume e metteva in comunicazione Isernia con l'Adriatico.

Fig. 2: Planimetria del monastero di Jumento Albo
Fig. 2: Planimetria del monastero di Jumento Albo

Della chiesa sono visibili soprattutto il possente campanile e pochi tratti delle murature perimetrali, in parte crollate. In particolare si possono distinguere l'angolo Sud - Est dell'abside, il suo profilo esterno e un tratto della parete nord della chiesa.
L'edificio sacro, orientato Est - Ovest (Fig. 2), è a pianta rettangolare (22 x 10 metri circa) ad unica navata terminante in un'abside semicircolare. Per la realizzazione della chiesa è stato impiegato il calcare compatto, facilmente recuperabile sul posto. Dell'aula di culto si conservano in alzato solo due tratti di muratura: il semipilastro di congiunzione tra il muro perimetrale Sud e l'arco absidale, ed un tratto del muro Nord. Il paramento esterno della muratura del primo è composto da blocchi di piccole (15 x 8 cm) e medie (25 x 15 cm) dimensioni, di forma rettangolare con spigoli vivi, disposti in filari orizzontali legati da malta chiara a granulometria fine. Lo spessore dei giunti è pressappoco omogeneo (circa 2 cm). Il nucleo interno è composto da piccoli blocchi e scaglie di calcare allettati in abbondante malta. Del tratto conservato è possibile vedere la congiunzione con il catino absidale nella parte inferiore, mentre nell'alzato è visibile parte dell'arco trionfale che doveva sovrastare l'abside.

Il tratto della parete nord della navata è, come si è detto, l'unico elemento della muratura perimetrale conservato in alzato. Si estende per circa 6 metri di lunghezza e 2 di altezza, ed ha uno spessore di circa 90 cm.
La superficie muraria è costituita da blocchi di medie (25 x 15 cm) e grandi (30 x 20 cm) dimensioni di forma rettangolare, con spigoli vivi o arrotondati, disposti su filari orizzontali. Essi sono legati da malta chiara a granulometria fine, in cui lo spessore dei giunti risulta abbastanza regolare (circa 2 cm). La cortina interna, presenta due marcapiani composti da un filare di blocchi rettangolari di grandi dimensioni, che si inseriscono nella muratura, uno nella parte bassa e l'altro nella parte centrale. A circa 30 cm al di sotto di quest'ultimo, sono state individuate delle buche quadrangolari per le travature.

La superficie esterna del muro si presenta più danneggiata. La composizione della muratura presentava la stessa disposizione dei blocchi, ma in essa si è conservata anche parte di una parasta. In base ai confronti presenti sul territorio molisano, e più in generale ai raffronti con edifici ecclesiastici di XI secolo, è possibile pensare che la superficie esterna fosse divisa da paraste, disposte a distanza regolare tra loro, che nella parte superiore terminavano con una cornice ad archetti pensili. La cortina interna e quella esterna costituivano un insieme organico con il nucleo, composto da scaglie e bozze di pietrame di piccole dimensioni allettate in abbondante malta.

Il muro perimetrale sul fianco nord terminava a ridosso del campanile, posto in posizione centrale rispetto all'impianto della chiesa, ma allo stato attuale è difficile poter dire se la parete sud terminasse allo stesso modo. In questo tratto manca, infatti, un contrafforte, legato alla muratura del campanile, che invece è presente sul lato nord.

L'elemento che si è maggiormente conservato è il campanile. Esso fu eretto davanti l'impianto della chiesa secondo una tipologia architettonica molto diffusa nell'XI secolo. La torre campanaria, seriamente danneggiata in più punti è raggiungibile a malapena dal basso grazie all'accumulo del materiale di crollo. La struttura è a pianta quadrata, di 5,8 metri per lato. Il lato orientale è quello meglio conservato, mentre gli altri tre presentano delle lacune in seguito a crolli strutturali. L'interno era diviso in quattro piani, quello attualmente obliterato dai crolli doveva rappresentare il vano d'ingresso alla chiesa. L'attuale piano di calpestio si trova pressappoco all'altezza del secondo piano. (Fig. 3) Agli angoli si conservano le tracce delle unghie da cui spiccava la volta a crociera che sosteneva il secondo piano, realizzato pertanto in muratura.

Fig. 3
Fig. 3

Sui lati a N-E a S-O e ad O, a supporto della volta a crociera, erano inseriti nelle pareti, degli archi a sesto pieno, con ghiera dall'andamento poco regolare. I giunti sono disposti in modo da formare un arco estradossato, con blocchi di medie dimensioni. Il lato est presenta, al di sotto dell'arco di sostegno, un altro piccolo arco, decentrato rispetto a quello più grande e forse riferibile ad un'apertura (una finestra o un accesso alla chiesa).
Gli altri due piani interni del campanile dovevano essere stati realizzati con solai in legno. All'interno della muratura realizzata con blocchi di medie dimensioni disposti su filari orizzontali, sono, infatti, ancora leggibili le buche per ospitare le travature dei solai. In corrispondenza del terzo piano, sui quattro lati si aprivano delle monofore. L'unica tompagnata è quella sul lato est del campanile, mentre al quarto piano la presenza di quattro grandi aperture ha fatto pensare che qui fosse collocata la campana.

All'esterno in corrispondenza del terzo piano, infatti, le monofore erano inserite all'interno di una cornice rettangolare terminante nella parte superiore con archetti pensili; il motivo decorativo probabilmente poteva ripetersi anche in corrispondenza del quarto piano, ma di esso si conserva solo la parte bassa della cornice rettangolare.

L'ingresso alla chiesa attraverso il campanile è ora sepolto dai detriti era probabilmente sul lato occidentale, dove però si conserva solo un arco ogivale in corrispondenza del terzo piano, mentre è caduta tutta la muratura sottostante.
Non è possibile stabilire se esistesse anche un ingresso laterale alla chiesa. Il passaggio obbligato sotto la volta a crociera fa però supporre che per accedere al secondo piano del campanile doveva esserci lateralmente una scala, probabilmente in legno.

Silvia Santorelli

 

1.3 - Considerazioni di sintesi.

Purtroppo lo stato in cui la chiesa si conserva attualmente riduce i margini per formulare precise ipotesi sulla datazione del complesso. La pianta ad una sola navata terminante con un'abside semicircolare, trova raffronto con altre chiese in Molise. La presenza di alcuni elementi architettonici, come gli archetti pensili e l'impianto con torre campanaria in facciata, permettono però di ipotizzare una concordanza dei resti materiali con la cronologia d'impianto monastico nota attraverso le fonti.
La costruzione del campanile in facciata potrebbe essere avvenuta in un secondo momento rispetto all'edificazione della chiesa, e cioè quando essa diviene parte del patrimonio cassinese.

L'impianto dell'edificio religioso di Civitanova del Sannio, sebbene ridotto allo stato di rudere, sicuramente rappresenta un esempio significativo che si è conservato anche in ragione della minore importanza del monastero in epoca bassomedievale. La tipologia della grande torre al centro della facciata trova riscontri in contesti europei e, con altre soluzioni, anche nelle regioni centro-meridionali italiane. Infatti, tale soluzione architettonica, è adottata sia nelle grandi abbazie come San Vincenzo al Volturno, Farfa, Subiaco, Montecassino, sia in chiese minori. Sicuramente il monastero di Iumento Albo ha rappresentato un punto di penetrazione benedettina nel territorio molisano promosso dall'Abbazia di Montecassino, che non solo portò la diffusione della Regola di San Benedetto, ma influì anche nell'organizzazione e nello sviluppo della struttura monastica prima, e territoriale poi.

Federico Marazzi e Silvia Santorelli

 

2) S. Maria di Corneta (Castel San Vincenzo - Is)
Cenni storici

La chiesa di S. Maria Assunta sorge in località Corneta (Coroneta nel dialetto locale) nel comune di Castel San Vincenzo, su un pianoro che domina la valle confinante a nord/ovest col comune di Pizzone e a sud/est con Castel San Vincenzo. L'edificio che si colloca ai piedi della catena montuosa delle Mainarde, ove sorge il fiume Volturno, era probabilmente connesso ad un villaggio rurale i cui resti sono visibili ancora oggi. Tutto ciò fa ipotizzare che la chiesa di S. Maria di Corneta potesse avere in origine funzioni pievane, quindi sarebbe sorta in un momento precedente la formazione dei villaggi incasellati circostanti.
La chiesa si colloca a ridosso di un tratto della via Latina che, abbandonando la valle del Volturno, risaliva quella dello Iammare, per poi scavalcare il sovrastante crinale spartiacque ed entrare nella valle del Sangro all'altezza di Alfedena. Un percorso importante, quindi, nel cuore della porzione più settentrionale della terra di S. Vincenzo al Volturno.

Sulla sua data di fondazione, allo stato attuale della ricerca, non possono essere avanzate ancora ipotesi, ma nell'analizzare l'agionimo di dedica, bisogna sicuramente scindere il nome Maria, di ascendenza medievale, dall'aggettivo "Assunta", attribuito solo a partire dal '600. Al momento, le uniche notizie riguardanti l'edificio religioso, sono contenute nel "Registro dello Stato Patrimoniale della Chiesa di S. Martino" (chiesa parrocchiale di Castel San Vincenzo) del 1935, dove viene citata come stabile "enfiteutico" e nel "Registro di Cassa della Parrocchia di S. Martino", sempre datato al 1935, nel quale la suddetta chiesa compare nell'indice dei "fondi rustici" che debbono alla parrocchia "un canone in mosto". La chiesa di S. Maria paga il canone in data 12 ottobre e 20 novembre del 1934.

 

2.1 Analisi dei resti visibili in superficie.

La chiesa di S. Maria di Corneta (Is) è attualmente ridotta allo stato di rudere. Risultano ancora visibili un lacerto del muro sud, le tracce appena percettibili del muro nord, il muro est che ingloba una piccola abside ed un breve tratto del muro di facciata. (Fig. 4) L'edificio ha una pianta rettangolare ad aula unica con abside orientata ad est (Fig. 5). Questa, più che una vera e propria abside si presenta come una piccola nicchia poco profonda, delineata da un rozzo arco con grandi blocchi squadrati, legati da malta compatta. La parete del catino absidale, realizzata con piccoli blocchi irregolari e poco lavorati, mostra chiari segni di restauri grossolani, probabilmente eseguiti in seguito al terremoto del 1984, che dovette danneggiare fortemente la struttura. Anche il muro di fondo dell'edificio, e quello alle spalle dell'abside sono stati sicuramente ricostruiti di recente, così come le due nicchie ai lati dell'abside.

Fig. 4
Fig. 4

Il muro alle spalle del catino è realizzato in blocchi di travertino e calcare compatto di medie e grandi dimensioni, poco lavorati e posti in opera seguendo filari sub-orizzontali. In esso sono visibili tre buche pontaie quadrangolari, poste a distanze irregolari l'una dall'altra. Alle estremità sono visibili due speroni, realizzati in piccoli blocchi messi in opera in filari subregolari. Questi ultimi sembrano essere stati aggiunti in una fase successiva alla realizzazione della chiesa, e probabilmente rappresentano un'attività di consolidamento dell'edificio stesso.

La tessitura del muro sud è in blocchi (irregolari e poco lavorati) di pietra locale messi in opera in filari piuttosto irregolari. All'estremità O di tale muro, sono visibili alcuni grandi blocchi angolari, lavorati a spigolo vivo e con faccia a vista ben levigata. Questi ultimi erano posti a rafforzare la giunzione tra il muro S e la parete O nella quale probabilmente doveva aprirsi l'accesso all'edificio. Proprio dove sono ancora visibili le tracce della facciata ad O, è stato rinvenuto un grande blocco, che se pur interamente ricoperto dalla vegetazione, mostra le tracce della lavorazione tipica di una soglia, realizzata per ospitare una porta probabilmente lignea. Un altro blocco, rinvenuto nei pressi dell'ingresso, ma non più in posizione originaria, mostra le tracce di lavorazione e la presenza di un foro che doveva ospitare un battente della porta.

Fig. 5: Planimetria della chiesa di Santa Maria Assunta di Coroneta
Fig. 5: Planimetria della chiesa di Santa Maria Assunta di Coroneta

La chiesa presenta una lunghezza massima di 10 m ed una larghezza di 5 m. Probabilmente si può immaginare una copertura originaria in legno, con tetto a doppio spiovente. Solo in pochi punti degli alzati, la messa in opera dei conci esprime la volontà di ottenere filari orizzontali e regolari. Inoltre, i giunti stessi (colmati da malta particolarmente compatta) appaiono piuttosto irregolari (da 0,005 m a 0,03 m). Non è stato riscontrato l'uso di frammenti fittili impiegati come rinzeppature nei giunti, eccezion fatta per un frammento di laterizio impiegato nella cortina esterna del muro sud.
Le piccole dimensioni della chiesa, l'impiego di pietra locale in bozze poco lavorate e la poca cura nella messa in opera, rappresentano caratteri che rimandano all'architettura e in generale all'attività edilizia chiesastica altomedioevale, peculiare dell'alta Valle del Volturno.

Alessia Frisetti

 

3. La chiesa di San Barbato a Roccaravindola (Is).
3.1 - Localizzazione del sito e cenni storici.

La chiesa di San Barbato è situata a Roccaravindola, attuale frazione di Montaquila, in provincia di Isernia, sulla destra del fiume Volturno.
Il Chronicon Vulturnens pur non facendo diretta menzione della chiesa, permette di comprendere che essa doveva sorgere su un territorio acquisito dal monastero di San Vincenzo al Volturno, in seguito ad una serie di donazioni, già in età Carolingia.
La chiesa di San Barbato sorgeva, infatti, nella selva Cicerana (spesso menzionata nel CV), forse all'interno dell'omonima corte, che doveva appartenere al monastero benedettino dall'810.

Dal XII secolo in poi la vita della chiesa di San Barbato, si svolge sotto il segno dell'Abbazia di Montecassino.
Morino conte di Venafro, nel 1074 dona, infatti, all'abate cassinese quattro chiese, tra le quali figura proprio quella di S. Barbato.
Del 1296, è invece, una lettera inviata da Papa Bonifacio VIII, all'allora Vescovo di Venafro Andrea d'Aversa, nella quale il pontefice concede anche le rendite della chiesa parrocchiale di S. Barbato. Questo documento permette di considerare la chiesa una pieve, che doveva rispondere alle esigenze della popolazione locale, con l'espletazione delle funzioni sacramentali. Probabilmente doveva essere incluso anche il battesimo, se si pensa che la dedica a S. Barbato, vissuto nel VII secolo, faceva preciso riferimento ad un Santo fautore della conversione dei Longobardi di Benevento. Un'altra attestazione si rinviene in una lettera di un nuovo vescovo, sempre di nomina bonifaciana, Pellegrino, inviata nel marzo del 1305.

Risale invece al 1358, un documento che ricorda la donazione da parte di Maria di Durazzo, a beneficio dell'Università di Venafro, di alcuni feudi e del casale di S. Barbato (tale termine attesterebbe la presenza di un nucleo abitato intorno alla chiesa stessa). Infine la menzione più recente della chiesa risale al '700, e risulta all'interno di un testo della mensa vescovile di Venafro, conservato presso l'Archivio storico di Napoli. Nello stesso testo viene riportata anche la localizzazione dell'edificio chiesastico: un colle delimitato dalla strada che sale per la rocca e dalla strada che va a Montaquila.
Nonostante le numerose fonti, non è stato possibile però, risalire alla data di fondazione della chiesa.

Lucia Guarino

 

3.2 Analisi della struttura

I resti della chiesa di S. Barbato, orientata a nord-est, sorgono a circa 250 m s.l.m.
L'area nella quale sorge l'edificio, è chiusa ad est dal torrente Rava che s'immette nel Volturno e ad ovest dall'insediamento di Santa Maria Oliveto. Il territorio inoltre è lambito dalla Via Latina, da un'altra importante arteria che da Monteroduni si dirigeva verso la Valle Porcina e da una seconda arteria, la Via Francesca, probabilmente voluta da Carlo Magno.

Fig. 6
Fig. 6

Attualmente la chiesa si presenta integra solo nella sua parte nord-est e nella zona del catino absidale. Le restanti parti risultano infatti obliterate da una strada moderna che sale verso Roccaravidola. (Fig. 6) All'estremità occidentale del muro nord-ovest, si lega in modo ortogonale, un altro muro, che presenta uno spessore di circa 0,40/0,50 m e un'altezza massima di circa 1,20 m.
Le tessiture murarie dell'edificio sono costituite da bozze e ciottoli di fiume in calcarenite e travertino, in alcuni casi disposti a formare corsi orizzontali, ma in genere messi in opera in modo piuttosto irregolare. Il materiale lapideo non mostra segni di lavorazione. I ciottoli si presentano, infatti, nella loro originaria forma naturale, eccezion fatta per la faccia a vista, che appare più sbozzata. I giunti, variabili per altezza, si presentano in parte colmati da rinzeppature (scapoli e laterizi). Accanto alla pietra locale, è stato impiegato anche marmo di reimpiego in piccoli pezzi concentrati nella tessitura della parete sud-est e materiale laterizio (coppi e tegole soprattutto nella cortina interna dell'abside).

Le murature della chiesa sono tutte del tipo "a sacco". Il nucleo interno è costituito da materiale di scarto, scapoli e laterizi uniti a malta. In alcuni casi si nota anche la presenza di elementi lapidei trasversali, della lunghezza di 0,50 m inseriti a mò di diàtoni, con tecnica ad incastro, a saldare le due cortine murarie. Le cortine inoltre presentano anche numerose buche pontaie. Queste ultime si presentano sia in forma quadrata che circolare e sono poste a distanze irregolari l'una dall'altra (una di esse mostra tracce di un elemento ligneo).

Nell'interno dell'edificio sono ancora visibili alcune tracce di affreschi, soprattutto nella parete absidale (decorazione a fasce che forse inquadravano una figura umana) verosimilmente confrontabili con i motivi geometrici policromi della cripta di S. Vincenzo al Volturno.
L'edificio lungo circa 10 m, era a pianta rettangolare, probabilmente a più navate (vista la presenza di elementi architettonici divisori all'interno).

Grazie all'analisi dei rinvenimenti ceramici effettuati in seguito alle ricognizioni (che hanno interessato l'edificio e l'area circostante) è stato possibile ipotizzare la presenza di un complesso residenziale, in uso dalla seconda metà del I sec. a. C. fino al IV sec. d.C. e con una probabile rifrequentazione tra X e XIII secolo, in relazione proprio alla funzionalità dell'edificio ecclesiastico.

Lucia Guarino

 

4 - La chiesa di San Nazario a Roccapipirozzi (Sesto Campano - IS).
4.1 - Le fonti storiche

La rilevanza attribuita alla chiesa medievale di San Nazario, durante la fase storica longobarda-normanna, è dimostrata da alcuni documenti dell'XI secolo e richiamati nella Chronica Monasterii Casinensis. In un atto trascritto da Pietro Diacono, si ricorda che Nantaro, figlio di Samiperto, nativo della città di Venafro, nei primi anni del mille, fondò un piccolo monastero, intitolandolo ai Santi Nazario e Celso Martiri. Il monastero fu allora costruito a ridosso di un colle, che può essere identificato con il sito recante ancora l'agionimo di San Nazario. Esso è collocato a nord del piccolo borgo di Roccapipirozzi, a circa m 320 s.l.m., nel comune di Sesto Campano (prov. di Isernia).

Nella medesima fonte, si ricorda anche che S. Nazario era super rivum de Centesimo, l'attuale Rio San Bartolomeo, che scorre da Venafro a Sesto Campano, per poi confluire nel fiume Volturno.
Nei primi decenni dell'XI secolo, la chiesa è annoverata fra le obbedienze del monastero di Montecassino. Difatti, nell'ottobre del 1039, il priore e monaco Nantaro offriva il monastero, a Richerio, abate del monastero di San Benedetto di Montecassino; l'atto di donazione viene poi confermato dal diploma del 1047, di Enrico III.

Nell'atto del 1039, Nantaro dichiara di aver posto suo nipote Giovanni come priore del monastero; a questi si aggiunse di lì a poco, un monaco di nome Stefano, futuro priore. Nantaro, oltre alla chiesa, donava all'abbazia cassinense tutte le terre, le vigne e le case di sua proprietà che sorgevano nello stesso luogo "de Peperuzo"; dunque, con tale atto la chiesa di Ss. Nazario e Celso veniva annessa come "oboedientia", al godimento dell'abbazia maior di Montecassino.

Con questa donazione Nantaro poneva la sua fondazione sotto l'ala protettiva di Montecassino, al riparo dal turbolento quadro politico che caratterizzava, allora, il territorio venafrano. La collina sulla quale sorgeva il monastero era, infatti, oggetto di contese dovute alla posizione strategica del sito stesso, che controllava un braccio dell'antico tracciato romano della via Latina, che da Cassino conduceva a Teano (tale percorso giunto "ad Flexum" si diramava e da sud-est volgeva poi a nord-est verso Venafro).

Il confine, fra la contea di Venafro in cui, al tempo, il monastero di San Nazario ricadeva, e la potente signoria monastica di Montecassino, era segnato territorialmente dalla Forcella di San Martino, oltre la quale il territorio benedettino si estendeva fino alla confluenza tra i fiumi Vandra e Liri. Ad ovest del distretto venafrano, il limite si estendeva dai monti della Cesima e parte della vallata del Volturno, fino alle terre dei conti di Sesto Campano, e attraverso il corso del fiume Volturno raggiungeva il confinante territorio dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno.
Per quanto riguarda Venafro è da ricordare che l'istituzione della sede metropolitica di Capua, voluta da Giovanni XIII nel 966, conferiva un nuovo impulso all'organizzazione e all'assetto istituzionale delle strutture ecclesiastiche suffraganee, le quali erano volte all'inquadramento dei fedeli e allo svolgimento della cura d'anime.

Nel 1074 troviamo però che Morino, conte di Venafro, emana in favore di Montecassino una chartula offertionis, che comprende quattro chiese: "S. Nazarius, S Petrus in Sexto, S. Barbatus, Furca S. Martini". Si deve ritenere quindi che il possesso del piccolo monastero dovesse essere sfuggito al cenobio cassinese poco dopo la donazione di Nantaro. La donazione del normanno Morino, che divideva con un longobardo il titolo di comes de Benafro, doveva rafforzare l'alleanza con Desiderio di Montecassino, ed esautorare il conte longobardo come dominus loci.

Ma il recupero cassinese del 1074 non pone fine all'altalena di vicende possessorie, tant'è che nel giugno del 1086, Giovanni, conte di Venafro e figlio di Landolfo, cedendo a Desiderio di Montecassino il castello di Cardito ebbe in permuta quattro chiese: S. Benedictus Piczulo, situato sulla riva destra del Volturno a Nord-Est di Venafro; S. Maria in Sala, S. Benedictus in Venafro e, infine, S. Nazarius sul fiume Centesimo.
In un privilegio del 1138 di Innocenzo II, la chiesa è però annoverata di nuovo tra le proprietà di San Benedetto di Montecassino, forse in seguito all'ennesima vicenda di concambio con i conti di Venafro.

Da quel momento le vicende di San Nazario rimangono nel quadro del patrimonio cassinese, sino al XVI secolo, quando le sue rendite vengono gestite dalla mensa abbaziale. Tuttavia, nel 1588, come si deduce da un allegato a stampa dell'avv. Niccolò Rossi, in cui viene riportata la dizione iuxta summitatem extant vestigia Ecclesiae S. Nazarii, i resti del monastero rientrano nei beni della Mensa Vescovile di Venafro.

 

5.2 - Analisi dei resti visibili in superficie.

In seguito alle indagini condotte sul sito della chiesa di San Nazario, sono stati rinvenuti cospicui lacerti murari, relativi ai perimetrali di un edificio lungo 20 m e largo 15 m. La planimetria che si deduce da un primo rilievo diretto, compiuto sulle strutture, consente solo in parte di apprezzare quanto è sopravvissuto dell'antico complesso, relativo ad un edificio a pianta rettangolare, di cui si fornisce al momento una chiave di lettura preliminare. (Fig. 7)
Non sono visibili le tracce di un'eventuale abside, il che rende dubbia l'identificazione dell'edificio con la chiesa abbaziale. Tuttavia la presenza di fasi costruttive successive ed il cospicuo strato di degrado della struttura, obbligano ad una certa prudenza nella sua interpretazione. (fig. 8)
L'edificio ha un orientamento Ovest-Est con l'entrata ad Est, di cui è stata individuata la soglia d'accesso. La parete terminale ovest, volge le spalle al colle e su di essa è presente una piccola monofora con una luce di circa 5 cm, al di sopra della quale la muratura sembra seguire un andamento voltato.

Fig. 7
Fig. 7

All'interno della struttura si osserva la presenza di alcuni pilastri disposti a distanza regolare che sembrano dividere l'edificio in tre navate. Sul lato sud-ovest si conserva parte di un muro divisorio, forse pertinente alla navata destra, e, un secondo muro divisorio, perpendicolare al primo, impostato tra la navata centrale e la navata destra.

Allo stato attuale è possibile individuare due fasi concernenti il muro ovest. Una prima è individuabile nelle strutture di fondazione, impostate sulla roccia, in opera incerta; mentre una seconda, è costituita dal muro in alzato impostato sulla fondazione stessa. Il muro nord presenta una porta d'accesso tamponata e sormontata da un arco a tutto sesto in piccoli conci rettangolari, sorretto da stipiti in conci di pietra locale (calcare compatto) disposti in senso orizzontale.

Fig. 8
Fig. 8

Le pareti laterali conservano agli angoli un apparecchio in conci di pietra locale ben squadrati, mentre la tessitura muraria dei paramenti è in opera incerta, con pietre appena bozzate e irregolari. Il materiale impiegato è calcare compatto, in blocchi variabili per dimensione e forma, allettato in malta di sabbia ricca di inclusi calcarei. I blocchi sono disposti in corsi orizzontali e associati a bozzette più sottili, a formare ricorsi d'orizzontamento (a una distanza regolare di 50cm); il nucleo realizzato a sacco con materiale costipato è spesso 50cm.
All'esterno dell'edificio la presenza di due pilastri (ad una distanza di circa 1,5m) contrapposti al muro est, farebbero presupporre la presenza di un portico d'accesso.

Graziana Santoro

 

6 - Una chiesa anonima a Raviscanina (CE)
6.1 - Ipotesi sull'origine e la denominazione dell'edificio.

Il piccolo edificio di cui qui si tratterà sorge in località "la Croce", nel territorio di Raviscanina. Il paese è situato in una conca naturale, alle pendici del versante meridionale campano del Massiccio del Matese. La chiesa sorge nella valle di Raviscanina, a pochi chilometri dalla strada statale 158 e nelle vicinanze dell'antico percorso stradale della Via Latina, che in epoca medievale da Venafro proseguiva verso Benevento, passando per Raviscanina, S. Angelo d'Alife, Piedimonte Matese, S. Potito ecc.

Le origini del paese dipendono direttamente dall'insediamento d'altura di Rupe Canina, dal quale ottenne l'indipendenza amministrativa nel 1810. Raviscanina e S. Angelo d'Alife hanno avuto un'unica origine e la stessa vita feudale; entrambe, infatti, nacquero in seguito all'abbandono del sito fortificato. Il Toponimo S. Angelo è probabilmente collegato al culto dell'arcangelo, venerato dai longobardi, cui oggi è dedicata la grotta sacra sita alla base del colle, sulla cui cima sorsero il Castello ed il borgo medievale. Nelle Ratio decimarum del 1325 l'arciprete e il clero del castrum sancti Angeli pagano 17 tarì e 10 grani, questo potrebbe indicare che la popolazione risiedeva ancora nel castello e nel sottostante borgo. Nel '400 invece, la popolazione doveva essere scesa a valle, dato che un'ordinanza vescovile del 1416 afferma: "Clerus sancti Angeli et Rupiscaninae cum eorum presbiterio et parochis sancti Nicolai, sanctae Marine vallis, sanctae Crucis et Sancti Bartolomaei, sub eorum matrici ecclesia sanctae Luciae, juxta ordinem antianitatis conscendant".

Dall'ordinanza vescovile, tra l'elenco delle chiese citate (ed tuttora esistenti in forme rinascimentali o barocche) si ritrova anche indicazione di una chiesa dedicata a S. Croce, nel territorio compreso tra S. Angelo e Raviscanina, e di cui non si hanno invece riscontri certi. Altre informazioni riguardanti S. Croce sono discusse da H. Bloch, sulla base dell'intestazione di un documento incluso nell'RPD (n. 172), dell'ottobre 745. In esso si attesta che il monastero di S. Maria in Cingla aveva ottenuto, con un privilegio del Duca Gisulfo II di Benevento, numerosi beni, tra i quali una cella di S. Croce, acquisita dall'abate Deusdedit.
In realtà, della presenza di una chiesa di S. Croce sembra si sia persa la memoria. Vi è, però, nella valle sottostante l'abitato di Raviscanina, il rudere di una cappella mononave ricordata con l'intitolazione a S. Salvatore. Attraverso indagini compiute sul territorio, è stato possibile capire che tale denominazione è tramandata per consuetudine, in ragione del fatto che nel catino absidale, era visibile l'immagine affrescata di un Cristo in mandorla. Tuttavia, il toponimo "la Croce" potrebbe suggerire che, l'intitolazione al Cristo fosse affiancata anche da quella alla S. Croce.

 

5.2 - Analisi dei resti visibili in superficie.

La chiesa ad aula mononave, è a pianta rettangolare ampia 4,70 m e lunga 8m, con abside estradossata, orientata ad est (Fig. 9). Di essa si conservano l'intera abside, i muri perimetrali per un altezza di 50 - 70 cm circa e parte della facciata d'ingresso (Fig. 10). All'interno e all'esterno dell'edificio sono visibili i crolli delle strutture, coperti dalla vegetazione.

Fig. 9
Fig. 9

Le strutture murarie hanno uno spessore uniforme di circa cm 50. Il diametro del catino absidale è di 2,15 cm. Esso si conserva interamente in alzato ed è incorniciato da un arco in conci di travertino ben squadrati, di dimensioni omogenee, paria a 38cm x 4cm.
Il piedritto sud di sostegno al catino absidale è realizzato con blocchi di dimensioni medie pari a 25 x 40 cm, messi in posa secondo filari sub - orizzontali, con l'impiego di un unico angolare fittile. A sud dei blocchi angolari la muratura in opus incertum prosegue con bozze di diverse dimensioni, coperte da abbondante malta. Resti di malta lisciata al di sopra del paramento possono far presumere l'esistenza di un intonaco di copertura. Una crepa, con andamento quasi longitudinale, interessa il tratto di muratura connesso all'abside sul lato sud. Questa frattura ha forse provocato problemi statici a tutta la muratura sud della chiesa che, non risulta perfettamente perpendicolare alla parete dell'abside.

I paramenti dei muri perimetrali sono costruiti in opus incertum e vedono l'impiego di bozze di pietra locale di dimensioni diverse, legate con malta bianca, dalla consistenza tenace con pietrisco incluso. Ad est del muro nord si conserva ancora in situ la base dello stipite d'ingresso alla chiesa, costituito da un monolite parallelepipedo di pietra calcarea (80 x 70 x 50cm), alla base del quale è stata rinvenuta anche una parte della soglia (65 x 45cm). Un analogo elemento dell'altro stipite è stato ritrovato poco distante dall'ingresso della chiesa, completamente avulso dalla sua collocazione originaria. I paramenti murari si presentano maggiormente conservati nell'interno della navata, mentre esternamente le facce a vista sono crollate, mostrando il sacco interno. Nelle immediate vicinanze dell'edificio sono visibili grossi blocchi ben squadrati e frammenti di cornici che dovevano un tempo decorare la chiesa.

Fig. 10
Fig. 10

Il materiale utilizzato in tutto l'edificio è una pietra calcarea bianca, di origine locale, associata a sporadici laterizi frammentari, mentre solo nel catino absidale è stato utilizzato il travertino, facilmente lavorabile e scalpellato ad hoc per la creazione dei conci.
A seguito dell'osservazione attenta dei paramenti murari e delle malte, è possibile distinguere tre tipi di tessiture murarie. Una prima, visibile nell'abside, presenta l'impiego di blocchi (20 x 10cm), legati con malta dura di colore grigiastro, con inclusi grossolani di calcare. Una seconda tipologia, evidente nei primi 40 cm di alzato dei piedritti, ha un andamento sub - orizzontale e vede l'impiego, insieme ai blocchi di pietra, di un laterizio piano. Un terzo tipo di muratura, presente nei muri perimetrali e nei piedritti dell'abside oltre i 40 cm d'alzato, vede la realizzazione di muri in opera incerta con l'impiego di blocchi di dimensioni non omogenee.

L'utilizzo, sia nella seconda che nella terza opera muraria, di blocchi calcarei di grandi dimensioni, come elementi di orizzontamento della tessitura e la presenza di malta di ugual fattura in tutto l'edificio, consentono di collocare, in via ipotetica, la fondazione tra il XII ed il XIII sec. All'interno dell'abside sono presenti delle labili tracce di affresco, raffiguranti, nella parte centrale, il volto di un probabile Cristo di cui è visibile solo parte della barba e dei capelli, l'incarnato ed alcuni lacerti della veste. Altri frammenti raffigurano accenni del volto e dei panneggi di altri due personaggi, disposti ai lati di questa figura centrale. Il pannello è incorniciato da fasce di colore giallo e rosso nella parte inferiore, rosso e blu nell'intradosso dell'arco absidale. Esso si trova oggi in stato di completo degrado ed attende un restauro ed uno studio più approfondito.

Rosaria Monda

 

 

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