Comune Castel San Vincenzo Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli 

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Progetti di ricerca

Indagine su Alife e il suo territorio tra tardo antico ed alto medioevo

Introduzione

Sul versante del Matese rivolto alla Campania, si estendono i territori dell'Alifano e del Telesino, che per una parte della loro storia corrispondono ai Gastaldati e alle diocesi di Alife e Telese.

L'area geograficamente omogenea, è caratterizzata da una pianura delimitata da colline e vallate, su cui sono presenti numerosi insediamenti già in epoca sannitica.
Il territorio è attraversato dal fiume Volturno, dal Titerno e dal Torano, quest'ultimo lambisce la città ad est e sud est, toccando il castello e la porta Beneventana, per poi confluire nel Volturno. L'acqua di questo copioso torrente veniva sfruttata da decine di mulini che costellavano il territorio immediatamente all'esterno del circuito murario. Il territorio alifano, si presenta così ricco di corsi d'acqua a carattere torrentizio e sorgivo, sin dall'antichità, tanto da essere stato spesso interessato da alluvioni ed inondazioni (l'ultima delle quali risalente al 1946) che hanno spesso sigillato contesti abitativi, che oggi vengono messi in luce in seguito ai numerosi scavi di emergenza. Una diramazione della via Latina, proveniente da Teano e che si intersecava con l'altra arteria, che da Venafrum si portava ad Allifae, costituiva in epoca romana la principale viabilità in quest'area.

La diocesi di Alife-Caiazzo attualmente comprende ben 23 comuni dislocati nella media valle del Volturno. La sua storia ed in particolare quella riguardante il suo patrimonio ecclesiastico, potrebbe essere suddivisa in tre periodi fondamentali: il primo che va dalle origini, nel 499 d. C. fino al VI secolo, il secondo dall'anno della ricostruzione del vescovato nel 969 fino al 1800 e l'ultimo dal 1861 ad oggi.

 

Alife

La ricerca nella città di Alife e nel suo terrotorio, allo scopo di ricostruirne la topografia cristiana dalle origini all'età normanna, iniziato tra il 2005 ed il 2006, ha previsto innanzitutto un attento spoglio delle fonti che dal Codex Diplomaticus Longobardo, attraverso i Diplomi Ottoniani è terminato con l'analisi delle numerose pergamene normanne (nonché riviste storico-archeologiche), che potevano fornire dati significativi per la conoscenza di un contesto urbano pluristratificato e ancora in vita, quale quello della città di Alife.

Questo lungo e complesso lavoro di spoglio delle fonti, unitamente all'analisi dei numerosi testi elaborati da studiosi e storici locali, è stato condotto di pari passo con lo studio del materiale ceramico conservato nei magazzini della Soprintendenza di Alife e proveniente dai numerosi scavi di emergenza (saggi ENEL, SNAM, SIP e scavi in numerose proprietà private) effettuati all'interno del tessuto urbano.

L'attenzione è stata indirizzata verso quei contesti, quali ad esempio i saggi effettuati nell'area di P.zza Vescovado, che con più probabilità potevano fornire dati utili, in primo luogo ad accertare la presenza di edifici cristiani ed in secondo luogo a definire su più ampia scala, la stessa topografia cristiana della città. In quest'area infatti è stato possibile ricostruire un quadro di frequentazione che va dal VII secolo (casseruole con ingobbio interno rosso e pentole da fuoco con orlo a tesa) al X-XII secolo (ceramica da fuoco, ceramica a bande, e a bande con incisioni). Unitamente ad una totale assenza di ceramica smaltata che potrebbe essere indice di una situazione economica piuttosto critica, (in contrasto però con l'idea di rinascita, non solo economica ma anche culturale, concretizzatasi durante la fase normanna.

Questi dati archeologici, associati alle numerose informazioni storiche permettono comunque, di ricostruire, se pur soltanto in via ipotetica, la topografia cristiana della città.
Alife probabilmente, doveva presentare già in prossimità delle porte d'accesso quattro chiese, e precisamente S. Bartolomeo (a destra di Porta Fiume), S. Salvatore (ad est di Porta Napoli), S. Maria degli Angeli (a sinistra di Porta Piedimonte) e S. Andrea (verso Porta Roma). La localizzazione di questi edifici viene fornita dal Finelli, che li data al IV secolo con continuità di vita fino al XII. In realtà appare piuttosto improbabile, che in epoca Costantiniana, si possa parlare già della presenza di numerose chiese in una piccola se pur importante cittadina campana. Ma risulta comunque interessante, laddove sia possibile confermare queste ipotesi, la collocazione di tali edifici, che segnerebbero in modo peculiare i quattro punti di accesso alla città.

Probabilmente gli accessi, scanditi dalle quattro porte nel circuito murario, dovevano presentare anche altri tipi di strutture cristiane, quali ad esempio ospedali e conventi, tra questi ricordiamo l'ospedale di S. Giovanni Gerosolimitano (forse di fondazione bassomedioevale), localizzato secondo le fonti, a Porta Napoli.
Accanto alle quattro strutture chiesastiche a cui si è accennato, nel IV doveva essere stata costruita anche la chiesa di S. Maria Assunta in Cielo, nel quartiere S. Pietro che probabilmente conserva il toponimo di un'ulteriore struttura chiesastica, della quale si conosce solo un'ipotetica localizzazione a poche centinaia di metri da Porta Piedimonte. Anche nel caso della chiesa di S. Maria, si presentano gli stessi dubbi espressi in precedenza, ma in questo caso, ritroviamo anche altri studi (sempre di storici locali) che insistono sulla fondazione tardo antica dell'edificio.

In quest'area, proprio nei pressi di Porta Piedimonte, un saggio ha portato alla luce materiale ceramico che copre un arco cronologico dall'VIII al XIII secolo. Questi dati, purtroppo non aiutano a confermare una presenza cristiana in età tardo antica, ma dimostrano sicuramente una frequentazione dell'area a partire dai primi secoli del medioevo.

Bisogna comunque giungere all'età normanna per avere maggiori certezze sulle fondazioni cristiane. Prima fra tutte, vi è sicuramente la cattedrale (con il tipico impianto basilicale a terminazione absidata, transetto e cripta ad oratorio) fondata probabilmente intorno al 1132, anno della traslazione delle reliquie di S. Sisto. Un'altra chiesa che può essere localizzata è S. Maria la Nova con annesso convento, ubicata nel largo omonimo. Nelle vicinanze di questo edificio, a conferma di una frequentazione della zona, ritroviamo i materiali provenienti dallo scavo in P.zza Iafusco. Tali materiali, provenienti da uno dei pochi saggi seguiti da pubblicazione, dimostrerebbero un certo cambiamento durante la fase tardo antica. Lo scavo in quest'area ha infatti, dimostrato che il tessuto viario della città dovette essere evidentemente trasformato (rispetto a quello ortogonale di età classica) in relazione alla presenza di nuovi edifici di culto, quali proprio la chiesa di S. Maria la Nova.

Per quanto concerne tutte le altre strutture cristiane, che vengono ricordate da fonti e storici locali, purtroppo non si dispone di informazioni precise che permettano di azzardare ipotesi sulla loro ubicazione, né tanto meno di stabilire correttamente se si tratti di chiese fondate in epoca medievale o in periodi decisamente più tardi.

Accanto alle chiese, ricordiamo anche alcuni conventi, quali ad esempio il convento di S. Francesco, ubicato nel quartiere omonimo, presso un angolo del tratto meridionale delle mura. Questo complesso secondo le fonti, dovette ospitare nel '200 una comunità di Terziari, ma poiché la fondazione è francescana, essa risulterebbe chiaramente inquadrabile nei secoli centrali del medioevo. In quest'area, gli scavi effettuati di recente (Aprile-Maggio 2005) dalla Soprintendenza, hanno portato alla luce materiale che attesterebbe una continuità di frequentazione dall'età tardo antica, con ceramica di V-VI-VII sec. fino all'età medievale, con reperti databili tra VIII - XI secolo e XIII secolo.

In conclusione è stato possibile notare come la stragrande maggioranza dei reperti attestino sicuramente una frequentazione dell'area urbana per il periodo compreso tra X e XII secolo. Questa situazione è riscontrabile anche in quelle aree in cui è stato possibile ipotizzare la presenza di eventuali edifici cristiani. Ciò dimostrerebbe quanto le fonti storiche ci tramandano, ossia una grande ripresa economica e culturale di Alife durante la fase di incastellamento ed in particolare nel periodo in cui si instaura il potere normanno. In questa fase di rinascita urbana, la città probabilmente mantiene i suoi edifici cristiani ai quali verosimilmente se ne affiancano degli altri. Il periodo normanno, comunque, come già ricordato, rappresenta forse la fase più adatta per questo tipo di ricostruzioni, grazie all'abbondanza di fonti e di maggiori dati sul territorio anche di carattere monumentale (come ad esempio la stessa Cattedrale).

I secoli tardo antichi e medioevali, di contro, presentano sempre maggiori difficoltà. Nonostante questo, dalle indagini archeologiche, e dall'analisi dei relativi materiali ceramici, si può comunque ipotizzare una certa continuità di vita dal V secolo sino al pieno medioevo. Questa situazione è stata riscontrata in modo particolare, in tre aree. La prima di queste aree è rappresentata dalla zona di Via Erennio Ponzio, dove i materiali si datano dal V al XIII secolo e sono associabili ad un edificio religioso. La seconda, poco distante dalla precedente, è rappresentata dall'area della Cattedrale che mostrerebbe una continuità dall'età romano imperiale all'alto medioevo. Infine la terza area si localizza nell'angolo sud est della città, dove altri scavi hanno dimostrato che anche in quest'area, nei cui dintorni probabilmente si localizzavano numerosi edifici cristiani, si può parlare di continuità di frequentazione.

Alessia Frisetti

 

L'indagine sul territorio.

Lo studio sul territorio della diocesi di Alife-Caiazzo (Fig. 1) si è basato, innanzitutto, su un attento esame delle fonti antiche quali il Chronicon Vulturnense, H. Bloch, i Catasti Onciari, il Catalogus Baronum e la Cronaca di Montecassino, uniti alle pubblicazioni di storici locali come il Trutta, il Marocco, il Finelli.
Le informazioni tratte dalle fonti sono, però, risultate esigue e spesso generiche, mentre la lettura delle ricerche locali hanno avuto la loro utilità nella misura in cui, si mostravano correlate da una precisa localizzazione sul territorio dei siti menzionati, anche se attualmente scomparsi ma la cui memoria storica, in questo modo, è stata conservata.
La ricerca si è focalizzata in seconda istanza, sullo studio delle carte IGM (IGM in scala 1:2500 di Gallo, Pratella, Sant'Angelo di Alife, Alife, Piedimonte Matese, fogli 161 e 172), dalle quali sono stati estrapolati vari toponimi storici. L'analisi dei suddetti fogli IGM è proceduta su due fronti; da una parte evidenziando le segnalazioni presenti, riguardanti chiese e ruderi sia in ambito urbano che extra urbano, dall'altra prendendo in considerazione anche quelle località che conservano ancor oggi la dedica ad un santo di tradizione tardoantica o altomedievale.

Fig. 1
Fig. 1

Una volta stabiliti i punti nodali, intorno ai quali doveva incentrarsi l'attenzione, sono iniziate le indagini sul territorio, che potremmo definire ricognizioni selettive non sistematiche, in quanto mirate all'esplorazione di punti precisi del paesaggio che denotano un certo interesse. L'obbiettivo delle ricognizioni è stato quello di verificare la persistenza o non, di edifici religiosi medievali nell'area, censirli e, con atteggiamento critico, studiare il paesaggio circostante allo scopo di rilevare: la continuità d'uso di antiche costruzioni di culto, la scomparsa totale di alcune di queste e della loro memoria, la diversa destinazione d'uso di alcuni, il loro completo abbattimento e ricostruzione ex novo, la sola conservazione del toponimo storico, il riutilizzo di spolia medievali nelle chiese attuali.

Per ogni sito è stata compilata una scheda di ricognizione, all'interno della quale, oltre all'inquadramento geografico e geologico del territorio, sono confluite anche tutte le informazioni raccolte sul posto riguardanti l'edificio ed il contesto di appartenenza. All'interno delle schede è stata anche inserita una selezione delle immagini più significative, scelte all'interno della considerevole mole di documentazione fotografica prodotta.
La presente ricerca, non tratta di tutto il territorio diocesano, a causa della sua vastità e complessità che richiede un tempo maggiore d'indagine, ma si concentra su alcuni dei comuni del versante est del fiume Volturno (Prata, Pratella, Letino, Ailano, Raviscanina, S. Angelo d'Alife, Alife, Piedimonte Matese, Carattano, Calvisi).

 

I risultati delle ricognizioni.

Le indagini sul territorio hanno mostrato uno scenario piuttosto complesso e di difficile lettura, con grosse modificazioni del territorio dovute, nella parte urbana alle ricostruzioni avviate dal dopo guerra ad oggi, nelle aree agricole alla pesante coltivazione dei terreni che molto spesso, a detta degli abitanti del luogo, ha portato all'abbattimento delle strutture antiche. Per tali motivi, nella maggior parte dei casi, gli edifici di culto menzionati nelle fonti, non hanno trovato riscontro sul territorio, in altri si è rilevata la conservazione del toponimo storico come indicazione della località, della strada o della piazza oppure il riutilizzo di parti di decorazioni scultoree medievali in edifici di culto moderni. Nonostante ciò i sopralluoghi effettuati hanno, comunque, portato al rinvenimento di alcune celle e di un'area cimiteriale connessa ad un edificio di culto oggi ricostruito ex novo, che insieme alle altre citate dalle fonti e agli innumerevoli elementi scultorei individuati, aiutano a ricostruire lo scenario dell'insediamento cristiano nel territorio diocesano oggetto di indagine.

Grazie all'opera di promozione territoriale avviata a partire dall'VIII sec. da importanti monasteri quali S. Vincenzo al Volturno, Montecassino, S. Maria in Cingla e S. Sofia di Benevento, nella media valle del Volturno vengono fondate una serie di chiese pievane, poste a controllo degli interessi territoriali di ciascuno e al servizio di piccole comunità a vocazione prevalentemente contadina. In particolare si deve all'iniziativa del monastero di S. Vincenzo al Volturno la fondazione di un grande cenobio dedicato al Salvatore, rinvenuto nei pressi dell'attuale stazione ferroviaria di Piedimonte.
Accanto a queste edificazioni ex novo vengono anche riutilizzati, per il culto cristiano, alcuni mausolei pagani caduti in disuso (Mausoleo in località Ceraso, Mausoleo il Torrione, la chiesa della Madonna delle Grazie, la chiesa di San Giovanni e il Mausoleo in località Cambisi), perchè posti su un'importante via di comunicazione, l'attuale SS 158, che collegava Benevento a Roma:

Fig. 2
Fig. 2

Probabilmente, il motivo che ha determinato l'abbandono prima, e poi, la scomparsa di queste fondazioni monastiche è da rintracciarsi negli eventi traumatici connessi alle invasioni barbariche. Si è verificato, quindi, il modificarsi dello scenario insediativo sparso che è poi culminato nell'XI secolo con l'accentramento in altura della maggior parte degli abitati. Questa ipotesi deve, però, essere intesa non in maniera assoluta, in quanto è probabile anche il caso di un perpetuarsi della devozione per un santo, anche se la chiesa che ne possiede la dedica si trova fuori dal nuovo abitato.

Viene di seguito riportata come esempio una delle chiese rurali censite durante i sopralluoghi.

 

La Chiesa di Santa Croce

Fig. 3: Localizzazione degli edifici religiosi databili fra il VII ed il XII secolo (Evidenziati in rosso)
Fig. 3: Localizzazione degli edifici religiosi databili fra il VII ed il XII secolo (Evidenziati in rosso)

La chiesa di S. Croce (Fig. 2) è una cappella rurale situata a Nord di Alife, su un sito d'altura denominato S. Croce a 618 m s.l.m. Della struttura si conservano i muri perimentrali, per un alzato che varia dai 50 cm ai 2,5 m, che formano un ambiente rettangolare utilizzato come cappella, ove è ancora visibile un altare in muratura e tracce di intonaco con pennellate di giallo sulle pareti. Ad essa sono associati altri due ambienti la cui destinazione d'uso non può, per ora, essere determinata. La chiesa di Santa Croce presenta più fasi costruttive e un impiego di diverse tecniche murarie che testimoniano del suo utilizzo protratto nel tempo. A causa di problemi di visibilità è per ora possibile illustrare soltanto due fasi. Alcuni muri sono stati costruiti secondo la tecnica dell'opus incertum, composto da blocchi di pietra calcarea di medie dimensioni, poco sbozzate e inglobate in abbondante malta tenace, con nucleo a base calcarea; altri muri sono stati realizzati con una tecnica più raffinata, l'opus mixtum, mediante un'alternanza di filari in opera incerta e filari di laterizi di reimpiego, nei quali è stata notata anche la presenza di coppi, accanto ai classici laterizi piani, tagliati ad hoc per l'inserimento. La chiesa presenta al suo interno un consistente interro e molta vegetazione che non consentono una visione completa della sua struttura. Lungo i pendii di questo colle sono presenti delle terrazze, per la coltivazione degli ulivi; si racconta in loco che molte tombe in laterizi, tipicamente medievali, siano state rinvenute dai contadini durante i loro lavori. Per questo edificio sarebbe, quindi, auspicabile uno scavo archeologico, atto ad una sua maggiore comprensione, conservazione e valorizzazione che coinvolga anche l'area immediatamente circostante (Fig. 3).

Rosaria Monda

 

 

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